Un cremonese a Detroit, il direttore d’orchestra Bignamini: “Quanto ci è mancata l’arte!”

Cremasco d'origine e cremonese d'adozione è stato direttore dell'Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, e, dal gennaio 2020, è il nuovo direttore della Detroit Symphony Orchestra, una delle top ten orchestre americane. Dopo la chiusura forzata, si sta preparando a tornare sul podio.

La musica riparte. E lo fa con Jader Bignamini, 44 anni (compiuti martedì scorso), cremasco d’origine e cremonese d’adozione. Giovane ma con già una folgorante carriera internazionale alle spalle che ha portato la sua incantata bacchetta nei più prestigiosi teatri del mondo. E’ stato prima clarinettista, poi direttore dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, e, dal gennaio 2020, è il nuovo direttore della Detroit Symphony Orchestra, una delle top ten orchestre americane. Dopo la chiusura forzata, si sta preparando a tornare sul podio.

Maestro Bignamini, dove si trova?
“Sono rientrato a Cremona da Toronto agli inizi di maggio”.

Come e con chi ha trascorso quest’ultimo periodo?
“Con la famiglia. Era da tanto che non capitava di poter stare tutti insieme così a lungo. I miei cari hanno riassaporato la mia presenza e io la loro. È andato tutto per il meglio. Ad un certo punto però devo ammettere che ho smesso di studiare perché, ogni giorno i concerti venivano cancellati e mancava lo stimolo. Ho trascorso le giornate cucinando – mi piace molto – e leggendo libri, ma adesso ho anche ripreso a studiare. La famiglia è stata l’aspetto positivo di questo periodo. Dall’altra parte, aspettiamo tutti tempi migliori”.

Crema, la sua città natale, e Cremona, dove vive, sono state tra le più colpite dal coronavirus. Come ha vissuto quei momenti?
“I giorni più difficili per Crema e Cremona li ho vissuti con grande preoccupazione per i miei familiari e per i miei più cari amici, con i quali mi tenevo costantemente in contatto anche se ero dall’altra parte del mondo. Devo dire che gli italiani sono stati forti e ligi alle regole restrittive. Grazie a questo possiamo pensare ad una ripartenza, seppur con molta cautela”.

Quando riprenderà a dirigere?
“Ad agosto e, dopo tanto tempo, sarà come ritrovare l’ossigeno. Comincerò il 6 e il 9 al Teatro dell’Opera di Roma per due concerti al Circo Massimo, con il soprano Anna Netrebko e il tenore Yusif Eyvazov, due grandi interpreti con i quali ho già collaborato in passato ma anche due grandi amici. E, il 14, all’Arena di Verona per un gala rossiniano. Sono felice di lavorare nuovamente con grandi cantanti e in grandi teatri. Con l’Opera di Roma ho fatto cose molto importanti, ho sostituito Riccardo Muti per l’Aida e ho diretto la Traviata con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino. Quanto all’Arena di Verona, è un luogo a cui sono molto affezionato perché da ragazzino andavo a vedere le opere e ho diretto parecchie cose, c’è un rapporto molto stretto anche con quell’orchestra”.

Cosa rappresentano questi concerti?
“Sono un grande segnale, il segnale della ripartenza della musica dal vivo, anche se un po’ in sordina e non certo con il pubblico delle condizioni normali. Sono il segnale che la cultura è sempre presente. Durante il lockdown, non il 99 ma il cento per cento delle persone ha trovato il salvagente per il proprio equilibrio psico-fisico nella cultura, che significa leggere, guardare film, cucinare. Come ho detto, anch’io sono stato molto ai fornelli, ascoltando musica. La cultura è l’unica cosa a disposizione di tutti, è sempre presente, in qualsiasi momento, ci arricchisce”.

C’è un compositore che impersona meglio la ripartenza?
“Non necessariamente farei distinzioni. Essendo in Italia, siamo portati a prediligere i nostri compositori. Ma la musica è un linguaggio universale, la cosa magnifica della musica è che, anche se non parliamo la stessa lingua, quando cominciamo a suonare, ci si capisce immediatamente”.

Quando rientrerà a Detroit?
“A settembre. Stiamo valutando le date per due esibizioni che, probabilmente, saranno per pochissimo pubblico vista la situazione critica negli Stati Uniti, là ora è com’era due mesi fa qui. Sarà la mia terza quarantena, dopo quelle a Toronto e in Italia. E’ un obbligo, anche se la situazione nel Michigan non è considerata ad alto rischio. Non potrò dirigere 80-90 musicisti come al solito, ma si troverà comunque una soluzione perché anche con 25 persone si possono fare concerti di qualità. L’Orchestra sinfonica di Detroit è la prima in tutto il mondo ad aver offerto concerti in streaming gratuito, abbiamo un pubblico on line eccezionale”.

Dopo il successo del 14 marzo 2019, al Ponchielli, sarà di nuovo a Cremona?
“Non ci sono per ora altri progetti che mi vedano tornare al Ponchielli. La programmazione nei teatri italiani è di breve durata mentre all’estero viene definita in largo anticipo. Detto questo, sono stato felicissimo di aver diretto a Cremona e, se nascerà un altro progetto, sarò felicissimo di rifarlo. Quella sera in sala c’erano tantissimi familiari e amici, cremonesi e anche cremaschi, che non avevano ancora avuto l’occasione di vedermi dal vivo e che ho potuto riabbracciare. E’ una bella esperienza avere tanti volti cari tra il pubblico”.

Usciremo peggiori o migliori dal coronavirus?
“Migliori, tutti noi ce lo auguriamo. Parlando da artista, spero che abbiamo compreso quanto ci sia mancata l’arte e di quanto ne abbiamo bisogno per migliorarci. Un’altra cosa che ci ha migliorato è l’aver apprezzato, durante la chiusura, il tempo. Comprendere che si può fare tanto sfruttandolo al meglio, che la vita va gustata anche senza correre, andare sempre di fretta”.

Ha mosso i primi passi nella Banda di Ombriano, un quartiere di Crema. Che ricordi ha di quel periodo?
“Magnifici, di quando suonavo il clarinetto e ancora più belli di quando dirigevo: l’ho fatto per 15 anni. Così belli che ho mantenuto i contatti con loro. La banda è la miglior società in miniatura: non esistono gelosie, ci sono il gregario e il leader, ci si aiuta l’un l’altro. Il direttore è anche uno psicologo, ci si ritrova per lo stesso fine. Nella banda c’era anche mia moglie, Lidia, che suonava il clarinetto e che da tre anni si è dedicata al basso tuba”.

Cosa direbbe ai giovani per avvicinarsi alla musica classica e operistica?
“In generale, noto che più la cultura è presente sin dai primi anni d’eta’ – non solo la musica ma anche la danza, la pittura, la recitazione – e più si vuole partecipare a eventi culturali. Un esempio incredibile è il Giappone, dove i bambini imparano a suonare il primo strumento all’asilo e il secondo nelle scuole di grado superiore. Lo stesso avviene in Russia e nel Nord Europa. In America l’impegno dei privati è fortissimo. In tutti questi posti il pubblico giovanile viene ad ascoltare perché la musica fa parte del bagaglio culturale di tutti. Invece nei paesi dove la cultura è lasciata in secondo piano, il pubblico dei concerti è un pochino più anziano. Allo stesso tempo servono alcune esperienze per spronare i giovani ad amare la musica”.

A cosa pensa?
“Ad esperienze come quelle della Banda dell’Unione lombarda dei comuni Oglio-Ciria, il cui progetto è di mia moglie. Le lezioni di musica sono tenute da professionisti di alto livello e il costo viene ammortizzato dalla banda. Suonano anche i miei figli: Davide il trombone, Chiara la tromba. Lei vorrebbe continuare, lui è appassionato di matematica e computer. Grazie alla banda i bambini e i ragazzi possono anche scoprire se la musica è la loro vocazione”.

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