Rosa, profuga dall’Istria a Cremona: “Quando la verità va gridata al mondo”

Lunedì 10 febbraio era la Giornata del ricordo. L'Intruso Gilberto Bazoli ha raccolto la testimonianza di Rosa, 85 anni, una dei profughi che lasciò l'Istria e approdò a Cremona, dov'è rimasta.

I giovani soldati tedeschi, i partigiani jugoslavi senza divisa, la sua casa tra due fuochi. E, infine, l’esodo. “A volte mi chiedo come ho fatto a restare viva”. 85 anni, Rosa, elegante nel suo corpo minuto in cui sono custoditi un coraggio da leone e una memoria di ferro, è una dei profughi che, nel secondo dopoguerra, lasciò l’Istria e, di tappa in tappa, approdò a Cremona, dov’è rimasta. Nel ‘Giorno del ricordo’, la commemorazione degli italiani uccisi e gettati nelle foibe dalle squadre di Tito, questa è la sua testimonianza.

L’esule abitava con la famiglia di agricoltori a Parenzo, vicino a Pola. “Un mattino dopo l’8 settembre 1943 il nostro datore di lavoro, un uomo meraviglioso, venne sulla sua moto Guzzi e disse a mio padre: Mussolini è caduto, arriveranno i comunisti, dà loro quello che vogliono. E mio papà a lui: prenda i suoi cari e fugga. L’altro: non mi muovo da qui, non ho fatto del male a nessuno ma solo del bene a tutti. Pochi giorni dopo lo presero, la moglie e mio padre andarono a cercarlo ma da allora non se n’è saputo più nulla. A Parenzo furono arrestate 23 persone: 21 sono state rinvenute nella foiba di Vines, le altre 2, il nostro fattore e il farmacista, non sono mai state ritrovate”. Tra gli infoibati anche il tabaccaio del paese. “Un fascista? Macché. Era un omino alto così. La sua colpa? Aver messo da parte qualche risparmio”.

Rosa era una bambina ma ha impresso nella mente quei momenti. “Quando i partigiani uscirono dai boschi, ci confiscarono il casolare che era stato comprato dai nonni. Mi hanno portato via 6 cugini, il corpo di uno di loro era lungo la strada, la testa oltre la siepe”. Anche la religione era considerata un nemico. “Se andavi in chiesa a Natale, rischiavi di non rientrare più a casa. Mio suocero diceva ai partigiani: lo sapete che Gesù è povero, che è stato messo in croce? E’ vera però una cosa: la basilica di Parenzo venne chiusa e il nostro parroco andò a parlarne con Tito in persona. Risultato: la basilica fu riaperta”. Ma c’era ugualmente paura. “Mi sono sposata in chiesa di notte per il timore che portassero via mio marito”.

Poco dopo il matrimonio, con il compagno, il piccolo figlio e la suocera, lasciò Parenzo e arrivò in piroscafo a Trieste. Un paio di bagagli, solo lo stretto necessario. “Avevamo deciso di partire perché non eravamo d’accordo con il sistema comunista. Per avere la cittadinanza italiana abbiamo dovuto pagare 12.000 dinari a testa, allora una bella somma. C’erano amiche che non mi salutavano più perché volevo andare in Italia. Mio padre non ci ha seguito, ripeteva: sono istriano e resto istriano”. Dopo Trieste, al centro smistamento di Udine e da qui al campo profughi di Laterina, in provincia di Arezzo. “Ci hanno sistemato in baracche che avevano ospitato prigionieri di guerra, erano grandi ma avevano della tramezze per dividere le famiglie le une dalle altre. Con noi c’erano anche i rifugiati dalla Libia. Il campo era ben attrezzato, con le stufe a legna per l’inverno. Lavoravamo raccogliendo il tabacco o in una centrale lungo l’Arno”.

Ma Laterina era una soluzione provvisoria. “Ci siamo rimasti per 7 mesi. Venne pubblicato il concorso per poter abitare negli alloggi popolari. Partecipammo domandando di essere trasferiti al Nord, vicino alla nostra terra. La richiesta fu accolta e partimmo in treno per Cremona”. Erano gli inizi del 1957. Rosa e la sua famiglia andarono subito a vivere nelle case di Borgo Loreto, il quartiere della comunità istriana, fiumana e dalmata. “Ci siamo rimasti per 33 anni, sino a quando abbiamo comprato un appartamento. Il giorno dopo l’arrivo a Cremona, mentre ero dal fornaio, una signora ha detto che cercava una governante. Il panettiere mi ha indicato: prenda lei, garantisco io anche se non la conosco ma ho fatto il militare a Parenzo e so che sono brave persone. E così ho cominciato a lavorare. Devo ringraziare Cremona per la gente che ho trovato”.

L’orrore delle foibe è stato a lungo rimosso. Ora il velo si è alzato, anche se, ha messo in guardia il presidente Mattarella, resistono “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”. “Quand’ero ragazzina, mi è capitato di pronunciare la parola foibe. A chi mi ammoniva a starmene in silenzio perché rischiavo, rispondevo che invece la verità va gridata al mondo”.

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