“Questo spazio è una fonte di ispirazione”. Elisabetta, titolare della LMCR, al Co-Box nel Distretto dell’Innovazione

Una storia di decisioni coraggiose e controcorrente che approda e cresce al Co-box del Crit al Distretto dell'Innovazione digitale di Cremona. La racconta Elisabetta Strozzi, cremonese, responsabile e amministratrice della LMCR, 'sorella' di una grandissima impresa danese che si occupa di camere bianche.
Ha lasciato il pubblico per trovare nuovi stimoli nel privato, su un fronte tecnologico all’avanguardia. E’ una vicenda professionale fatta di decisioni coraggiose e controcorrente quella di Elisabetta Strozzi, 51 anni, cremonese. Una vicenda che si muove in un campo particolare, poco conosciuto, di nicchia ma in costante sviluppo: la progettazione e la realizzazione delle cosiddette camere bianche. Camere sterili, formate da pannelli modulari che vengono assemblati e siliconati, e utilizzate negli ospedali ma anche in tanti altri settori, assai più di quanti si creda comunemente.
Laureatasi in Lingue alla Statale di Milano, questa donna minuta e gentile ha cominciato a lavorare in un’azienda regionale. “Ma non mi piaceva, non faceva per me”. A quel punto la prima svolta. “Sono entrata in una ditta di Levata di Grontardo che fabbrica componenti per le camere bianche esportandoli in giro per il mondo, dall’Asia all’America Latina. In tutta l’Italia del Nord ci sono 4-5 imprese di questo tipo”. Imprese specializzate, appunto, nella produzione di ‘cleanroom’. “Si tratta – spiega Elisabetta – di ambienti sterili o a contaminazione controllata, con un tasso di particelle basso”. La loro caratteristica principale è la presenza di aria molto pura. “Luoghi il più possibile semplici da sanificare, facili da smontare e pulire, dove non devono esserci spigoli e che hanno bisogno di materiali adeguati per le pareti, i pavimenti, i soffitti. E’ necessario studiare ogni dettaglio per raggiungere l’obiettivo finale”. Come detto, si è portati a pensare per lo più agli ospedali o ai laboratori. Un’idea parziale, addirittura fuorviante. “Le camere bianche sono impiegate in vari rami. Solo alcuni esempi: farmaceutico, elettronico, cosmetico, alimentare, vinicolo, militare, dei microprocessori. Per non parlare della ricerca sui vaccini: tutte le imprese che si sono riconvertite producendo mascherine o guanti hanno avuto bisogno di camere sterili. Ce ne sono di più ‘spinte’ come quelle in cui si fanno gli antibiotici: lì il livello di attenzione dev’essere massimo”.
Strozzi ha lavorato per la holding danese Lmteknik “Conoscevo il suo titolare, Lars Muhlig: si occupa da oltre vent’anni di tecnologie nel settore delle camere bianche e ha voluto aprire a Cremona un’azienda come la sua”. A questo punto la seconda svolta. “Mi sono regalata questo salto: un anno fa proprio in questi giorni, è stata messa in piedi la LMCR, ‘sorella’ dell’impresa danese”– Elisabetta è responsabile e amministratrice della LMCR. “Il nostro mercato è in Danimarca, Svezia, Finlandia. All’inizio la difficoltà maggiore è stato farmi accettare dagli scandinavi, sempre un po’ guardinghi, sospettosi. La LMCR è stata costituita allo scopo di gestire meglio il rapporto con i fornitori, sparsi in prevalenza tra l’Italia e la Spagna. La nostra particolarità è che nelle camere bianche non c’è nessun elemento standard ma sono interamente a progetto: confezionare il vestito come lo vuole il cliente”. Questo grazie anche alla collaborazione con “grandi aziende che lavorano ancora in modo artigianale”. Tra i committenti ci sono ‘colossi’, solo per fare un nome, come la Novo Nordisk, “che produce più del 50 per cento dell’insulina prodotta nel mondo. Ultimamente sono tante le richieste che, per il discorso della nano-tecnologie, arrivano dalle università. Anche i pannelli solari si fanno in camera bianca”.
Da qualche tempo Strozzi non è più da sola. La affianca Jaafar Mimou, brillante architetto riccioluto di 26 anni. Italiano, genitori marocchini. “Ha studiato in Inghilterra, è un disegnatore specializzato. Non è stato facile trovare una figura con queste caratteristiche. L’abbiamo cercata attraverso una selezione che ha avuto poche adesioni. Con lui stiamo mettendo a punto un portale dedicato non solo ai nostri prodotti ma che si prefigge di stimolare alcune riflessioni. Come quella sull’impatto ambientale. La nostra intenzione è educare il cliente ad un approccio diverso all’ecologia perché si possono ridurre le emissioni delle camere bianche”.
Il piccolo ufficio luminoso di Elisabetta e Jaafar è al primo piano, quello dei Cobox, del Crit (Crescita, relazione, innovazione, territorio) del Polo per l’innovazione tecnologica, dove coabitano sturt-up e marchi meno giovani. Non poteva essere diversamente. “Ci siamo trovati benissimo. Qui ogni cosa è molto più semplice dal punto di vista organizzativo: paghi l’affitto e c’è già tutto, i servizi e il resto”. Non solo. “Il grande valore aggiunto è che siamo tutte realtà in fase di sviluppo, con una mentalità innovativa. Questo spazio è una fonte di ispirazione”. Un concetto che ha declinazioni concrete. “Avevamo pensato di affidare un nostro progetto a una ditta milanese ma, parlandone qui, lo abbiamo commissionato a una del Polo”. Opportunità impreviste che nascono tra vicini di casa proiettati nel futuro.
Da sinistra, Elisabetta Strozzi con il titolare della LM Lars Muhlig, la colllega Jannie Rontolf e Jaafar Mimou.
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