“Puoi anche girare il mondo ma al richiamo della tua città non puoi dire di no”

Giorgio Barbieri ripercorre la storia e le parole di Erminio Favalli, leggenda grigiorossa. Giocatore e grande dirigente della Cremonese morto nel 2008.

Potrei scrivere un libro su Erminio Favalli, il ragazzo di San Bernardo diventato un campione di calcio prima ed un grande dirigente poi. Lui non c’è più dal 18 aprile 2008 quando un infarto se l’è portato via improvvisamente mentre si stava allacciando le scarpe. Erminio me ne aveva raccontate tante di storie della sua vita. Lui, che aveva girato l’Italia vestendo anche le maglie di Inter e Juventus. Lui che era rimasto per tredici anni a Palermo, sette da giocatore e sei da dirigente nel periodo in cui la mafia si macchiava dei crimini più orrendi. Lui che ha giocato negli stadi più importanti d’Europa. Un giorno mi disse: “Puoi anche girare il mondo ma al richiamo della tua città non puoi dire di no”.

San Bernardo allora era un quartiere povero, vi abitava gente che faceva fatica a tirare sino alla fine del mese. La famiglia Favalli era originaria di Robecco d’Oglio, era andata lì da poco. Erminio, nato il 29 gennaio 1944, aveva una passione smisurata per il calcio, da piccolo giocava per strada o di fianco alla chiesa. “Arrivavo a casa alla sera quando c’era già buio dopo aver giocato tutto il giorno, con le ginocchia sanguinanti e il fango che ricopriva tuti i vestiti. Mia madre mi sgridava, ogni giorno doveva lavare pantaloncini e magliette,  ma sapeva che il calcio sarebbe stata la mia vita”. Lo stadio Zini, a poche centinaia di metri da casa, aveva un fascino particolare. Lì giocava la Cremonese, la squadra della sua città. Ed Erminio per andare a vedere le partite fece prima il raccattapalle e poi il venditore di bibite in tribuna. Sino a che un giorno gli osservatori della Cremonese lo videro giocare e lo chiamarono per un provino, aveva 14 anni. Con la maglia grigiorossa giocava già suo fratello Armanno, cinque anni più vecchio di lui. Nel 1961 Erminio, un’aletta veloce e dai piedi buoni, faceva il suo esordio, esattamente il 26 marzo, in casa contro il Casale.

Quattro anni alla Cremonese, poi nel 1964 la chiamata dell’Inter. “Nel momento in cui firmai il contratto a Milano – ricordava Erminio – mi diedero un acconto sullo stipendio, mi sembra 100 mila lire. Quando tornai a casa mia mamma non era ancora rientrata. E allora presi le mollette da bucato, quelle di legno, e attaccai le banconote lungo il filo che partendo dal soffitto sosteneva il lampadario (era una padella con attaccata una lampadina) sul tavolo della cucina. Ricordo ancora lo sguardo stupito di mia mamma al suo rientro, non aveva mai visto così tanti soldi in una volta sola”.

Il 10 giugno 1965 il fratello Armanno, che giocava nel Foggia, nel far rientro a casa in auto morì a 26 anni in un incidente stradale vicino a Calvatone. E Moratti, presidente dell’Inter amico dei dirigenti del Foggia, decise di mandare Erminio in Puglia. Ma la Juventus era in agguato e l’anno dopo Favalli diventò bianconero. Sessanta presenze, due gol, tutte le Coppe Europee e Intercontinentali giocate. Nel 1970 passò al Mantova e l’anno dopo al Palermo dove rimase per 13 anni consecutivi. “A Palermo  in quel periodo – ricordava Favalli – c’era un clima pesante, erano gli anni degli attentati a Dalla Chiesa e Piersanti Mattarella. Noi giocatori eravamo privilegiati ma le notizie arrivavano anche nello spogliatoio. Quando smisi di giocare, sono anche stato capitano dei rosanero, mi chiesero di restare come direttore sportivo. Non potevo dire di no ad una società che mi aveva dato tanto”.

Ma il richiamo di Cremona era troppo forte e nel 1984 Favalli torna a Cremona chiamato dal presidente Domenico Luzzara a dare una mano alla sua Cremonese. “Non potevo dire di no a Luzzara e alla mia città”. Per vent’anni sarà al fianco di Luzzara e Miglioli nella squadra della leggenda, quella delle promozioni in serie A. Lui e Luzzara erano attori consumati, uno era la spalla dell’altro. Era la Cremonese ‘pane e salame’, quella che divenne un esempio per tutto il calcio italiano. Perchè solo a Cremona si festeggiavano anche le retrocessioni. Poi insieme all’amico Cesare Fogliazza a far diventare il Pizzighettone una sorta di miracolo calcistico e la nuova chiamata di Giovanni Arvedi a casa sua, alla Cremonese. “Quando Arvedi mi ha chiamato non ho potuto dire di no”. L’ultima chiamata è arrivata la mattina del 18 aprile 2008. E anche questa volta Erminio Favalli non ha potuto dire di no.

Cremonese 1960-61. In piedi: Paccini, Castoldi, Ravani II, Turci, Giacomo Mari, Moretti II; accosciati: Erminio Favalli, Sartori, Parolini, Gallesi.
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