“Non cercavamo il paradiso, solo un luogo sicuro dove vivere”

L'Intruso Gilberto Bazoli torna a parlare con Martel Talefo Pepabou, padre del bambino battezzato con il nome e cognome del sindaco di San Daniele Po.

Il caso di Davide Persico junior, il bambino che i genitori immigrati hanno chiamato con il nome e il cognome del sindaco di San Daniele Po e che è stato battezzato la domenica prima dell’Epifania, ha fatto discutere. E’ la storia di un’amicizia, l’esempio di un’integrazione possibile. Ora Martel Talefo Pepabou, 39 anni il 18 gennaio, padre del piccolo, racconta nel suo italiano corretto come, con la moglie Irene e la primogenita Angela, è arrivato nel nostro Paese e spiega i motivi di quella decisione.

Perché ha lasciato il Camerun?
“La terra dove siamo nati è in guerra, non potevamo fare niente”.

Aveva un titolo di studio?
“Si’, ma non ho potuto iscrivermi all’università perché mio padre è morto giovane e non c’erano i soldi necessari. Sono andato in Marocco per studiare cinema, ma anche lì c’era bisogno di soldi”.

E così, con la sua famiglia, ha attraversato il Mediterraneo su un barcone dopo essere passato dalla Libia.
“Se e’ stata dura? No: durissima. In Libia rapinano la gente. Su 100 persone che partono ne muoiono 50, 70. Non cercavamo il paradiso, ma solo un luogo sicuro dove vivere e non limitarci a sopravvivere. Non avevamo scelta, non avevamo niente da perdere. Bisognerebbe far sapere cosa c’è davvero dietro le sofferenze degli immigrati”.

Siete sbarcati in Italia nel 2016.
“Siamo stati a Napoli, poi a Taranto per l’identificazione. Quindi a Bresso, vicino Milano, in un campo profughi della Croce Rossa. E, infine, a San Daniele Po”.

Dove vi hanno sistemato?
“In un casa di accoglienza gestita dalla cooperativa l’Ippogrifo. Il sindaco passava ogni momento per chiedere com’era trascorsa la notte, se avevamo bisogno di qualcosa e dire agli addetti della cooperativa di non farci mancare niente. Mi dava tanti consigli”.

Di chi è stata l’idea del nome a vostro figlio?
“Di Irene, mia moglie. Mentre era incinta mi ha detto: dobbiamo chiamare Davide Persico il bambino che verrà”.

Perché ?
“Per ciò che quell’uomo ha fatto per noi. Non trovavo altro modo per ringraziarlo. Come ho detto, mio padre è morto giovane e io non avevo nessuno che mi domandasse: tutto bene? Hai mangiato? Mi sembra che sei arrabbiato? C’è qualcosa che non va? Invece Davide ci ha dato da mangiare e da bere quando avevamo bisogno. E io, ogni giorno, chiedo a Dio di benedire i suoi genitori”.

Il vostro è un gesto insolito.
“Molti hanno perso il senso di umanità. Davide, invece, l’ha tirato fuori. E questo per me non ha prezzo. Alcuni credono che gli immigrati non siano esseri umani, ma non è vero. Un giorno i miei figli e i miei nipoti mi chiederanno: chi è Davide Persico? E io glielo spiegherò”.

Da qualche tempo si è trasferito a Busto Arsizio: come vanno le cose?
“Abitiamo insieme con altre famiglie. Mi trovo benissimo, ho fatto la patente, ho un’auto, ho un lavoro con un contratto a tempo indeterminato. Tre o quattro anni fa non pensavo che avrei potuto aspirare a una vita tranquilla, invece… mi sembra un sogno”.

Il 5 gennaio suo figlio è stato battezzato…
“Davide gli ha fatto da padrino. Abbiamo festeggiato sino a metà pomeriggio, c’erano una trentina di persone, gli amici della comunità hanno portato da  mangiare, è stata una domenica bellissima”.

Sta per tornare in Camerun da sua madre.
“Proprio da poche ore ho fatto il biglietto, partirò l’11 marzo e resterò in Camerun per dieci giorni. C’è una guerra e il villaggio di mia madre è stato distrutto. Lei è stata minacciata e derubata di tutti i soldi che teneva in casa ma, per fortuna, non le hanno fatto del male. E’ riuscita a fuggire e si è salvata. Torno per trasferirla in un luogo sicuro”.

Qual è il suo prossimo obiettivo?
“Dire qual è la vera vita degli immigrati. Molti di loro si vergognano a raccontarla, ma dobbiamo avere il coraggio di farlo”.

Il battesimo di Davide Persico junior
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