“Doveva essere una guerra lampo. È diventata una lunga agonia”. Il giornalista Nello Scavo e il suo diario dall’Ucraina

Nello Scavo, inviato speciale di 'Avvenire', tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra, in molte zone calde, presenterà il suo libro 'Kiev' (Garzanti), venerdì prossimo, 14 aprile, alle 18.30, presso la Libreria Paoline (via Decia, 1).

“Un mestiere – ha scritto – che amiamo come la cera ama la fiamma che la consuma”. È la passione per il giornalismo che ha portato Nello Scavo, inviato speciale di ‘Avvenire’, tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra, in molte zone calde (ex Jugoslavia, Sudest asiatico, paesi dell’ex URSS, America Latina, Corno d’Africa, Maghreb) e che non poteva non portarlo, uno come lui, in Ucraina. Alla quale ha dedicato ‘Kiev’ (Garzanti), un affascinante e illuminante diario personale che l’autore, in
dialogo con il sindaco Gianluca Galimberti, presenterà venerdì prossimo, 14 aprile, alle 18.30, presso la Libreria Paoline (via Decia, 1).

È atterrato a Kiev poco prima dell’invasione da parte della Russia. Perché in quel momento pochi credevano a questa possibilità?
“Sono sbarcato il 21 febbraio 2022, con l’ultimo volo disponibile. Ho fatto il giro classico della città: supermercati, bancomat, benzinai. Nessuna coda. Ma da una mia fonte diplomatica ho avuto la conferma che la guerra sarebbe scoppiata il giorno dopo e che avrebbe toccato Kiev e l’intera Ucraina”.

Con il senno di poi è tutto più facile, ma era possibile prevedere la politica espansionistica di Putin?
“Sì, ho sempre creduto a questa possibilità. Da una parte, perché ho studiato molto la questione: dall’altra, perché è stato sufficiente leggere i libri del mio collega Luigi Geninazzi e parlare con lui per capire cosa aveva in testa Putin. È per queste ragioni che la sua politica e le sue mosse non sono state una sorpresa”.

Parole sue: “Doveva essere una guerra lampo, è diventata una lunga agonia”. Grazie alla resistenza ucraina?
“Grazie alla resistenza degli ucraini che ha stupito tutti, compresi noi sul campo, e alla reazione, pur nelle sue contraddizioni, dell’Occidente. Questi due elementi sono stati fondamentali. La guerra si fa con le armi. Senza l’assistenza economico-finanziaria e l’invio di armamenti non si sarebbe arrivati a un anno di guerra”.

Perché Kiev non è Grozny, perché i russi non l’hanno bombardata e rasa al suolo come hanno fatto con la capitale della Cecenia?
“Kiev, a differenza di Grozny, è la culla della storia e della cultura russa, è la Gerusalemme del mondo ortodosso. I suoi santuari, i suoi monumenti, i suoi simboli non possono essere toccati. Se Putin avesse devastato Kiev, si sarebbe ritrovato con due problemi: come tenere i soldati sul terreno e come spiegare quella distruzione alla sua opinione pubblica”.

Secondo alcuni osservatori, il mandato d’arresto internazionale per Putin ha contributo ad aumentare la tensione e inasprire la situazione. Cosa ne pensa?
“A questa domanda rispondo con un’altra domanda: se il mandato di cattura fosse stato promulgato dopo la visita a Mosca di Xi Jinping, quale effetto avrebbe avuto? In ogni caso, quel provvedimento giudiziario avrebbe comportato ricadute politiche. So per certo che nostro materiale sulla deportazione di bambini ucraini è arrivato sul tavolo del Tribunale dell’Aja. Non mi ha sorpreso il mandato d’arresto, semmai il suo ritardo”.

Come sono Zelensky e i suoi collaboratori visti da vicino?
“Ho lavorato molto sul terreno e poco nei palazzi. Mi sembrano un blocco piuttosto compatto con un dibattito assai vivace al proprio interno. Non possiamo applicare le nostre lenti a questa realtà. Quello ucraino non è un popolo acefalo e senza accesso a Internet o ai giornali, che invece vengono consultati regolarmente. E’ sbagliato pensare che Zelensky stia mandando i suoi compatrioti al massacro solo perché lo chiede il loro leader. Gli ucraini vogliono resistere con le armi. Piaccia o non piaccia, questo è un dato di fatto. Zelensky gode di un ampio consenso popolare, che era al 100 per cento all’inizio della guerra e che ora si attesta al 90 per cento. Comunque, molto più di qualsiasi altro leader, anche non democratico, al mondo”.

Si sente di azzardare una previsione sugli sviluppi degli scontri?
“No, perché, come ho scritto nel libro, ho sbagliato credendo che Kiev sarebbe caduta in pochi giorni. Un giornalista deve avere il coraggio di riconoscere il proprio errore. Si può prevedere che, con la fine dell’inverno, il terreno si asciugherà e seccherà. Dal punto di vista campale, ci saranno battaglie più ravvicinate”.

È giusto o no continuare ad inviare armi all’Ucraina?
“Quando sei sotto le bombe, speri che ci sia una contraerea efficiente. L’idea che si fermino i missili con gli slogan non mi ha mai convinto. Il dibattito pacifista si è concentrato sulle armi mentre si discute poco di come sia possibile uscirne. C’è profonda ignoranza su ciò che muove Putin. Lavoro con molti pacifisti che però vivono lì, in Ucraina. Questa presenza è molto apprezzata anche dai soldati ucraini. Conosco un loro comandante che dice: vogliamo bene a quei pacifisti perché aiutano la nostra gente. La guerra c’è e non la si ferma con i fiori. Per quanto si speri di piantare fiori dove ora ci sono campi minati”.

Ha avuto paura?
“Tantissima. In particolare, nelle prime ore del conflitto perché abbiamo capito che venivano utilizzate armi, iperbariche e ipersoniche, mai utilizzate prima. La paura era sopratutto per l’ignoto”.

Quali doti bisogna avere per essere un bravo corrispondente di guerra?
“Non lo so. Posso dire ciò che faccio io. Diffido molto di quelli che non hanno paura. Mi è capitato di mollare un collega, di cui non diro’ mai il nome, perché mi sembrava non avesse paura. Non a caso, in seguito si è ritrovato in un grosso guaio. Bisogna, poi, riconoscere i propri limiti, provare empatia per i combattenti – cosa diversa dal parteggiare – e mettersi nelle scarpe altrui, letteralmente. Si deve, inoltre, studiare tantissimo la storia, la cultura, la letteratura dei luoghi, e avere una grande umiltà. E conservare la speranza che la guerra possa finire. È per questo che apprezzo molto i colleghi che stanno in prima linea ma anche quelli nelle retrovie, con i profughi”.

Tornerà a Kiev?
“Ho trascorso in Ucraina la maggior parte degli ultimi 12 mesi. Ora sto facendo una pausa e mi ha sostituito un collega del mio giornale. Tornerò a maggio per seguire la controffensiva russa di primavera-estate, che si annuncia molto dura”.

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