Mamma macu, la grande mamma con il velo: la storia di suor Carla e dei bimbi albini in Tanzania

L'Intruso Gilberto Bazoli ha intervistato per Cremonasera suor Carla Rebolini, dal 2006 al 2018 madre superiora delle Suore della Provvidenza per l'infanzia abbandonata e responsabile dell'Istituto di via XI Febbraio, maestra elementare alla Sacra Famiglia di generazioni di cremonesi.
Ho conosciuto una persona speciale. Dal fisico minuto ma coraggiosa come un leone, in là con gli anni con però lo spirito di una giovane. Dolce ma diretta e concreta. E’ suor Carla Rebolini, dal 2006 al 2018 madre superiora delle Suore della Provvidenza per l’infanzia abbandonata e oggi responsabile dell’Istituto di via XI Febbraio, maestra elementare alla Sacra Famiglia di generazioni di cremonesi. Con un gruppo di consorelle e volontarie, ha fatto un miracolo salvando dalle superstizioni degli stregoni e dalle violenze dei loro ingenui adepti i bambini albini africani.
Uno dei più alti tassi di albini al mondo si concentra in Tanzania: 1 abitante ogni 1.429. Circa 30.000 persone sono colpite da un’anomalia congenita che non permette al loro corpo di produrre melanina, la sostanza che protegge la pelle dal sole. E i suoi raggi, all’Equatore, non danno tregua. La melanina ha anche un ruolo fondamentale nello sviluppo della vista e la sua assenza può provocare gravi deficit.

Suor Carla non ne sapeva nulla o quasi sino a quando, qualche anno fa, monsignor Paoul Ruzoka, vescovo di Tabora, in Tanzania, ha chiesto di incontrare lei e una volontaria, Nicoletta. “Ci ha parlato della strage degli albini, del fatto che vengono rapiti, mutilati e, a volte, uccisi perché i loro corpi e i loro arti sono considerati talismani portafortuna. Il vescovo mi ha proposto di aprire una casa dell’accoglienza per quei piccoli, ma ne avevamo già una a Nairobi, in Kenya, per i bambini orfani o abbandonati. E poi ero scettica su quei racconti dell’orrore. ‘Eccellenza, ci penserò’, l’ho salutato così”. Terminato il colloquio, suor Carla ha cercato subito un riscontro a quelle parole che sembravano troppo crude per essere vere. “Mentre ci recavamo a un ostello ci siamo imbattute in un gruppo di operai che lavoravano per una centrale idroelettrica. ‘Sapete qualcosa degli albini?’, abbiamo domandato loro. Risposta: no, ma se ve l’ha detto il vescovo, bisogna crederci”.

 

I dubbi sono rimasti. Alla fine, comunque, suor Carla ha accettato, con due consorelle e due volontarie, di restare in Tanzania, nell’abitazione, in un villaggio fuori Tabora, messa a disposizione dal vescovo. “Un edificio isolato, senz’acqua, luce e mobili. All’inizio ci abbiamo portato 5 bambini albini e 2 di colore, sistemandoli in due letti grandi e in uno piccolo, nella cappella della chiesa. Di notte piangevano, gridavano, erano spaventati”. La suora ha cominciato a capire che il vescovo aveva ragione. “Ho assistito la madre di un bimbo albino che era morto dissanguato perché gli avevano amputato le gambe nella convinzione che garantissero ricchezza o salute. Se uno ha l’Aids o altre malattie trasmissibili crede che, accoppiandosi con un albino, guarirà. Da qui i tanti stupri commessi”. Il primo obiettivo è stato dare loro un luogo sicuro. “Abbiamo costruito un muro di cinta e assunto alcune guardie”. Ai primi albini se ne sono aggiunti altri. “Poco alla volta si sono sentiti protetti. Hanno iniziato a giocare, cantare, ballare. Alla messa li mettevano nei banchi insieme con i coetanei di colore. Poi abbiamo aperto i cancelli del nostro rifugio: gli abitanti del villaggio portavano riso e altro cibo perché avevano capito che i loro figli erano uguali ai nostri piccoli. Volevamo raggiungere l’integrazione con il resto della comunità e ci siamo riuscite. E’ stato questo il miracolo. Ora, là, gli albini non sono più in pericolo”.

 

Il loro caso è stato fatto conoscere all’Italia dalle Iene grazie a un memorabile servizio da brividi trasmesso nel 2018. Una delle testimonianze raccolte è stata quella di suor Carla che, poco dopo, è rientrata in Italia. “Partirei per la Tanzania domani, ma non mi sento di farlo per via della salute”. Le fotografie alle pareti del suo studio in via XI Febbraio, le cui porte ha aperto per l’intervista a CremonaSera.it, parlano di ciò che lasciato ma porterà per sempre nel cuore. In un’immagine ci sono tre albine da piccole (Jacqueline, Veronica, Rahel) e in un’altra loro tre ora, studentesse alle scuole superiori. Sono state le prime a uscire dal centro d’accoglienza.

Suor Carla è in contatto con le quattro consorelle, tutte africane, che hanno preso il suo posto e gestiscono la nuova casa, più accogliente e spaziosa, fatta costruire con il contributo della Cei ottenuto da suor Rebolini. A Natale le hanno mandato un video in cui i bambini, una trentina tra albini e di colore, gli uni accanto agli altri, senza più differenze, spronano il nostro Paese a mettercela tutta per battere il Covid. “E’ un filmato che mi ha commosso tanto, è bellissimo. Ci vogliono bene. Hanno imparato l’italiano: erano loro che, parlando con le donne del posto, traducevano dallo swahili, la lingua locale. Sono fantastici”.

Come lo è lei, ‘mamma macu’, la loro ‘grande mamma’ con il velo.

Suor Carla
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