L’inno alla musica che rende liberi: la storia del violino della Shoah nel libro ‘L’ultimo testimone’ di Carutti

L'Intruso Gilberto Bazoli, in occasione della Giornata della Memoria, racconta la storia del violino della Shoah, uscito dal campo di concentramento di Auschwitz e salvato dall'ingegner Carlo Alberto Carutti. Nel suo ultimo libro, la storia emozionante e dolorosa di questo strumento che continua a far sentire la sua voce.
Il violino della Shoah continua a far sentire la sua voce, nemmeno il coronavirus è riuscito a spegnerla. Lo strumento, con una stella di Davide in madreperla bianca incisa sulla parte posteriore, uscito dal campo di concentramento di Auschwitz e salvato dall’ingegner Carlo Alberto Carutti, 98 anni, milanese di casa a Cremona (di cui è cittadino onorario), imprenditore-mecenate, collezionista, raffinato appassionato d’arte e poesia, cognato di Giovanni Testori, è stato il protagonista del concerto in streaming organizzato mercoledì scorso dal comune di Locate di Triulzi (Milano) in occasione della Giornata della Memoria. Anche stavolta è stato affidato alle mani esperte di Alessandra Sonia Romano, una brava violinista. “La sua qualità è alta. Rispetto agli altri è più largo, di pochi millimetri soltanto – dice -. E’ questa caratteristica che rende le sue note molto particolari. Più profonde, adatte alla musica ebraica, che è così struggente e disperata. Generalmente lo suono un’ottava sopra perché voglio che entri come una lama nelle anime”.
Quella del violino arrivato dal lager è una storia emozionante e dolorosa, che Carutti ha arricchito di particolari inediti nel suo libro fresco di stampa: ‘L’ultimo testimone’ (Interlinea). 76 pagine illustrate nate anche con l’intenzione di difendere l’autenticità della vicenda attraverso vari documenti e una preziosa testimonianza. Quasi un miracolo. Tutto comincia nel 2014 quando l’ingegnere trova lo strumento, un Collin-Mézin (liutaio francese dl 1800), presso un antiquario di Torino. Interrogato da Carutti, l’antiquario non si sbottona: il pezzo è stato portato da un mio cliente che però vuole rimanere anonimo. “Era troppo bello, parlo del suo stato di conservazione, per far pensare a un violino fasullo”, scrive Carutti. Dentro, una frase in tedesco che significa ‘Inno alla musica che rende liberi’ e, riportato sul cartiglio posto all’interno, un numero: 168007. “Il numero di matricola di Enzo Levy, deportato ad Auschwitz. Originari di Verona, i Levy si erano trasferiti per breve tempo a Torino e da lì a Tradate (Varese), nel tentativo di fuggire le persecuzioni antiebraiche. Probabilmente speravano di riparare in Svizzera. Ma furono arrestati, a parte il padre Edgardo che si salvò per miracolo grazie all’aiuto della sua segretaria, nel novembre del 1943 e in seguito internati ad Auschwitz. La madre (Egle Segré) fu subito indirizzata alle camere a gas, mentre i figli Eva Maria ed Enzo vennero smistati nei campi”. Lei aveva 22 anni, lui uno di meno. Il violino apparteneva alla sorella, che morì nel lager, mentre il fratello fu liberato dall’Armata Rossa nel gennaio 1945.“Tuttavia – ammette Carutti nel suo nuovo libro – molti continuavano a essere fortemente scettici riguardo al violino: questa sfiducia era davvero difficile da sopportare. Ma questa storia tanto sofferta aspettava il Natale 2019 per rivelare il segreto nascosto nella memoria di un testimone”. Una persona in carne e ossa. Cremona, Museo civico, dicembre di quell’anno: “Un uomo, Paolo Peretti, si presentò chiedendo la disponibilità del violino per un concerto organizzato a Schio il 26 gennaio 2020, nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria”. Durante quella manifestazione fu ricostruita la vicenda di Eva Maria Levy e del violino, grazie alla testimonianza resa a Paolo Peretti da una donna, Giovanna Campostella, in seguito incontrata da Carutti, che dei Levy aveva conosciuto il capofamiglia Edgardo e che aveva potuto sapere importanti particolari di quanto accaduto dal padre e da una parente di Milano che aveva nascosto Edgardo. “Il violino – ecco la conferma decisiva – apparteneva ad Eva Maria che l’aveva portato con sé ad Auschwitz e che grazie ad esso aveva superato la selezione. Alma Rosé, la nipote di Mahler (deportata dai nazisti, diresse per alcuni mesi l’orchestra femminile, composta da prigioniere del campo, che suonavano per i loro carcerieri, ndr), le aveva fatto un esame per capire se fosse veramente una violinista. Lei superò la prova ed entrò nel numero dei musicisti di Auschwitz. Un giorno però, non si sa per quali ragioni, il violino fu spezzato e così finirono i ‘privilegi’ che Eva Maria aveva come musicista. Portata nel bordello del campo di concentramento, la ragazza si era gettata dalla finestra ed era morta il 6 giugno 1944”. Il fratello trovò lo strumento, che era in pessime condizioni, di Eva Maria tra le cose appartenute ai prigionieri e sequestrate dai tedeschi. Rientrato in Italia e recatosi a Torino, lo portò da un liutaio per farlo riparare ma non andò più a riprenderlo. Come altri internati, si suicidò, nel 1958, a Roma.
Inizialmente Carutti ha dato il violino in comodato d’uso, insieme con la sua preziosa collezione di oltre 60 strumenti a pizzico, al Museo civico Ala Ponzone. Ora ne è diventata proprietaria Alessandra Sonia Romano, sua custode e sua ambasciatrice, che spiega: “Un patrimonio così non può stare chiuso tra quattro mura”. Il violino della Shoah ha regalato emozioni in giro per il mondo, a Birkenau e Cracovia, Roma e New York, Milano e Napoli. Varie volte a Cremona. “Da quando l’ho trovato è stato suonato almeno cento volte – dice Carutti, già al lavoro per un altro libro -. Qualcuno sostiene che la sua voce raccoglie i lamenti dei detenuti di Auschwitz”.

Carlo Alberto Carutti e il violino della Shoah
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