Le cento lettere di Termenini dal fronte della Prima guerra mondiale

"Esce uno spaccato della vita durissima in trincea, della contentezza provvisoria per la battaglia finita e del dolore per la lontananza dagli affetti familiari".

Tenute insieme dall’elastico, catalogate con cura, sistemate in una cassa accanto a oggetti vari. E spuntate durante un trasloco: sono le lettere – un centinaio – che un soldato cremonese, Giuseppe Termenini, nato nel 1878 e morto nel 1917, mandò ai familiari dal fronte della Prima guerra mondiale. Compresa quella scritta il giorno prima dell’assalto che gli costò la vita. Struggenti pagine arrivate dal passato e trovate per caso dal nipote, Giuseppe Termenini, suo omonimo, volto noto della politica locale, ex insegnante, presidente onorario dell’Ordine provinciale dei chimici, appassionato di storia e arte.

“Mio nonno era emigrato oltre Oceano, a lavorare nelle cave di marmo del Vermont. Rientrato in patria, poco dopo venne richiamato nell’esercito”, racconta, con un filo di commozione, Termenini junior. Il marmista stava partecipando alla parte finale dell’undicesima battaglia sull’Isonzo, quella che precedette la disfatta di Caporetto. Il giovane sergente del 248° reggimento fanteria della Compagnia mitraglieri Fiat comincia a scrivere, con cadenza quasi quotidiana, alla moglie Alessandrina, affettuosamente Drina, maestra elementare, che abitava in via Brescia, al civico 10, nel maggio 1917. Generico, come sempre in questi casi, il luogo di spedizione: ‘Zona di guerra’. L’italiano del giovane militare è corretto, minuta la grafia. Oltre alla ‘carissima Drina’, spesso il suo ricordo va al figlio Oscar (padre di Giuseppe e Rosandra) e alla figlia Saffo, che allora avevano rispettivamente 9 e 4 anni. Fa sapere il 20 giugno: “Sono le 4.35, ora della sveglia. Partiamo per l’istruzione della mitragliatrice, pensando a te, mio amore, e ai bambini”. La missiva dell’11 luglio è più dettagliata: “Non siamo mai sicuri, da un momento all’altro può capitare una disgrazia. Mi prende sempre la paura nel sentire il rombo del cannone. Lo sento ogni momento, sia di giorno che di notte, specialmente quando sono in prima linea”. Il 17 agosto Giuseppe racconta di un concittadino, di cui diventò una specie di secondo padre. Un episodio che conferma, tra l’altro, l’arruolamento di massa, indiscriminato proprio di quel periodo: “Sono arrivati i complementi e fra essi venne un cremonese, un certo Giussani, che tiene un’osteria in porta Ladra (l’attuale via Manini). Un brav’uomo, mi è sempre vicino come un cagnolino. Tiene sua moglie all’ospedale, 4 bambini in casa, una sorella sorda, un fratello cieco. Ci confortiamo a vicenda”. Un sospiro di sollievo nelle righe del 21 agosto: “Sono in trincea e torno ora dalla linea. Sono salvo e sano. Anche questa volta mi andò bene”. Lo stesso stato d’animo che nasce dall’avercela fatta, seppure per qualche ora soltanto e senza certezze del domani, anche nella cartolina di quattro giorni dopo: “Pure oggi la fortuna mi diede il bene di poterti mandare mie nuove. Bisogna dire così perché qui non si è sicuri della vita”. Nella pagina dell’1 settembre, invece, colorite note di cronaca quotidiana: “Pulizia generale e vestiti. Tutto a nuovo da capo a piedi: parmi di essere rinato”. E una raccomandazione nelle frasi del mattino dopo: “Tieni conto più che mai e non fare spese inutili. Adesso costa tutto il doppio”. Poi, il 4 settembre, l’ultima lettera: “Carissima Drina, saluti e baci. Bacioni alla mia Saffo e al mio Oscar. Al chiaro di luna ti bacio”. Il giorno dopo, il 5, “il padre di mio padre venne ucciso sul monte san Gabriele, una collina dietro Gorizia, il perno della difesa austro-ungarica”, spiega il nipote, che conosce bene quelle terre, spesso martoriate, di confine.

Il sergente nemmeno quarantenne venne dapprima sepolto in un cimitero di guerra per poi essere traslato in quello di Cremona, nella tomba di famiglia. Gravemente lesionato in un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale, il sepolcro è stato rifatto. “Dalle lettere – dice Termenini –  esce uno spaccato della vita durissima in trincea, della contentezza provvisoria per la battaglia finita e del dolore per la lontananza dagli affetti familiari. Sono anche un documento del sacrificio di soldati che probabilmente non capivano molto del perché stavano combattendo e che venivano usati come carne da cannone. In quegli assalti ne venivano falciati diecimila al giorno”.
In questa vicenda c’è un aspetto privato, ma anche uno politico. “Ho sostenuto a suo tempo la petizione per chiedere che venga cambiato il nome di piazza Cadorna (il discusso generale di Caporetto, ndr) e le parole di mio nonno mi hanno rafforzato in questa convinzione. Intitolare al loro macellaio un luogo pubblico significa disonorare la memoria di quegli uomini”.

Giuseppe Termenini, morto durante la Prima Guerra mondiale.
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