La voce degli italiani sul covid: nel progetto di Alessia Maghella anche infermieri, operatori ecologici, lavoratori e cittadini cremonesi

Il lavoro sfocerà in un libro. Il ricavato delle vendite verrà devoluto al Centro di ricerca LOTO (LOng Term Outcomes) che trae origine dal progetto 'La vita dopo la terapia intensiva', nato da una collaborazione tra la Fondazione Alessandro Bono e l'ASST Spedali Civili di Brescia.

Un anno con il Covid: molti libri sono usciti e usciranno su questi 12 mesi di dolore, angoscia e speranza. Ma il materiale scoperto e assemblato da Alessia Maghella, 30 anni, esperta di comunicazione, bresciana con radici cremonesi (da parte della nonna materna Liliana), è unico nel suo genere: 150 testimonianze sul coronavirus. “Di tutti i generi, di sofferenza e coraggio, da nord a sud, da est a ovest: è la voce degli italiani”. Tra le esperienze raccolte non potevano mancare alcune vissute nella nostra città, tra le più segnate da una prova senza precedenti.

Alessia ha cominciato a dedicarsi a ‘Reazioni a parole’, questo il titolo del progetto, nell’aprile 2020, all’apice della pandemia. “Mi sentivo abbastanza inutile, volevo fare qualcosa per me e gli altri, accostare la mia sofferenza a quella altrui era un modo per non sentirci soli”. L’autrice crede nelle potenzialità della scrittura intesa come cura “per superare i disturbi del panico e di forte stress”. E così, partendo da zero e contando solo sulla sua passione, si è gettata anima e corpo nell’impresa chiedendo agli interessati di mettersi in gioco e parlare in prima persona. Ha cominciato dai suoi familiari, quindi dalla cerchia di amici e conoscenti. Poi, grazie ai fili potenti del passaparola, la rete si è allargata sempre di più. “Una delle prime a rispondermi è stata un’ultraottantenne che ama scrivere”. La documentazione, frutto di mesi di ricerche, telefonate e contatti, è divisa in due parti. “La prima è composta dagli elaborati di coloro che hanno trovato nella tecnica della scrittura espressiva terapeutica una finestra di ascolto e di reazione. Sono rappresentate diverse categorie professionali e sociali: studenti, insegnanti di tutti i gradi di scuola, teatranti, maestri di ballo, casalinghe, impiegati, fisioterapisti, anziani soli, parroci, mamme, commesse, operatori di cooperative e fondazioni, commercianti, farmacisti”. La seconda parte contiene una corposa serie di interviste: “Medici rianimatori, anestesisti, infermieri di area critica, soccorritori del 118, alpini, proprietari e dipendenti delle agenzie di onoranze funebri, ristoratori, volontari dei servizi sociali, sindaci, inservienti delle pulizie negli ospedali, cassiere di supermercati, poliziotti, giornalisti, professori universitari di sociologia, psicoterapeuti e psicologi delle ASST e nelle carceri, guariti Covid, familiari delle vittime, italiani all’estero (dalla Francia alla Svezia, dall’Ungheria al Perù”)”. Le pagine sono arricchite da fotografie inedite di infermieri e medici, lettere di primari scritte durante le notti e appese in reparto per incoraggiare i loro colleghi, biglietti di ringraziamento dei parenti dei deceduti per le cure prestate dal personale sanitario, disegni di bambini sul coronavirus e sul contributo dato dalla Croce Rossa.

La nostra città parla attraverso due infermieri (uno con un proprio scritto, l’altro in un’intervista) e un cuoco dell’ospedale Maggiore. “Descrivono la paura di poter essere loro stessi veicoli del virus. Gli infermieri, soprattutto a Cremona nei primi tempi, riescono a trasmettere un’angoscia pervasiva fino alla mancanza di ossigeno mentre descrivono la confusione, direi la frenesia dei momenti del boom di ricoveri. Le loro parole, ancora a distanza di tempo, sanguinano sforzandosi di urlare un urlo muto”. Una figura trascurata, nella lotta al contagio, è stata e continua ad essere quella degli operatori ecologici. Eppure anch’essi hanno fatto la loro parte. Alessia ha posto rimedio alla disattenzione. “Alcuni impegnati nei paesi del Cremonese sono stati per me il valore aggiunto. Noi buttavamo i nostri fazzoletti e la nostra immondizia in un sacchetto, che qualcuno l’indomani avrebbe portato via. Mi sono chiesta come poteva sentirsi quell’operatore ecologico nello smaltire quei rifiuti forse contaminati e soprattutto quale fosse la sua sensazione nel muoversi in strade completamente silenziose. E non perché la gente dormisse. Le loro parole esprimono una paura ancora diversa. La paura, da un lato, di morire e, dall’altro, di perdere i propri riferimenti logici perché si dubitava di qualsiasi gesto, come il semplice gesto di raccogliere un sacchetto”. Altri protagonisti cremonesi sono “il titolare di un’impresa funebre e persone che hanno assistito come potevano i propri genitori anziani, tra fede e disperazione per trovare una bombola di ossigeno”.

Il lavoro è stato completato a novembre. “Le 150 persone-testimoni si sono unite alla causa. Tramite la scrittura espressiva prima e le interviste poi credo di essere riuscita a cogliere uno spaccato delle emotività di un’Italia impreparata, spaventata, talvolta negazionista ma per la maggior parte estremamente solidale e unita”. Questo racconto corale, questa struggente rapsodia a più mani diventeranno un libro. Il ricavato delle vendite verrà devoluto al Centro di ricerca LOTO (LOng Term Outcomes) che trae origine dal progetto ‘La vita dopo la terapia intensiva’, nato da una collaborazione tra la Fondazione Alessandro Bono e l’ASST Spedali Civili di Brescia. Promosso dalla Fondazione, il Centro di ricerca è avviato e seguito da Spedali Civili e Università di Brescia per promuovere lo studio della sindrome post-terapia intensiva.

Alessia Maghella
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