La follia del calcio di serie A a tutti i costi, quando negli ospedali si lotta per la vita

L'opinione di Giorgio Barbieri sulla "follia del calcio a tutti i costi". Cominciamo così a condividere una serie di interventi dal mondo dello sport cittadino, sul contributo etico e civile che molte realtà sportive hanno dato in questa emergenza, sulla situazione e sulle prospettive.

Tutto lo sport è fermo. Sono stati annullati i campionati di basket, pallavolo e rugby, sono state rinviate di un anno le Olimpiadi di Tokio, Formula Uno e Motomondiale ormai hanno quasi del tutto cancellato le gare, i grandi tornei di tennis non si faranno, il ciclismo potrebbe far saltare l’intera stagione. Ma il calcio non molla. I dirigenti nazionali pensano di far ripartire la ‘giostra del pallone’ già dalla prima settimana di maggio, hanno già stilato un programma di allenamenti. A loro non importa se ogni giorno ci sono centinaia di morti, se migliaia di persone sono ricoverate in ospedale e stanno lottando per la vita, se c’è il rischio di un ritorno del virus. Tutto deve andare avanti (magari con tempi allungati) perché nel calcio comanda solo il ‘dio denaro’, ci sono gli sponsor da soddisfare, ci sono le televisioni che potrebbero chiudere il rubinetto dei finanziamenti. E ci sono (incredibile, ma vero) uno scudetto da assegnare, le Coppe europee da portare a termine, promozioni e retrocessioni che attendono un verdetto. Ho ascoltato con attenzione le parole del presidente della Federcalcio Gravina e sono rimasto sconcertato, soprattutto perché conosco l’equilibrio di questa persona. ‘Fermare il calcio sarebbe un dramma, io non voglio essere il becchino del calcio italiano’, ha detto in televisione. Mi piacerebbe portare lui e molti presidenti di serie A e B nella corsia di un reparto di terapie intensive dei nostri ospedali per far capire loro qual’è il vero dramma. Lì non si lotta per lo scudetto, la promozione o la retrocessione. In quei letti si lotta per la vita.

In questa follia del ‘calcio a tutti i costi’ si sottovaluta anche la figura dei protagonisti, cioè dei giocatori. Molti sono stati colpiti dal virus, altri hanno pianto parenti morti o sono in trepidazione per la salute dei proprio cari. Alcuni di loro hanno paura a tornare a giocare, qualche straniero non vorrebbe rientrare in Italia. I medici hanno più volte dichiarato che sarà difficile riprendere in tempi brevi, anche con le dovute precauzioni. In queste settimane se ne sono sentite di tutti i colori. Ritiro blindato per tre mesi per tutto lo staff di ogni squadra, nessun contatto con l’esterno e test ogni tre giorni. Chiedete ad un cittadino normale se e quando è riuscito a sottoporsi ad un tampone? Qualcuno ha detto che si può e si deve giocare solo dalla Toscana in giù. Lo stesso Gravina ha dichiarato testualmente: ‘Non si potrà giocare a Cremona o al Nord del Paese’. Ma come? E questa sarebbe la regolarità dei campionati? Ognuno ha detto la sua, naturalmente per puri interessi di ‘bottega’.

Se il calcio riprenderà lo farà solo a porte chiuse, almeno sino a dicembre. Porte chiuse? E lo chiamate calcio quello in cui manca il cuore pulsante della tifoseria? E poi vorrei vedere i giocatori abbracciarsi ed esultare per un gol segnato quando nello stesso momento passa sulla strada dietro lo stadio una ambulanza che porta un malato in ospedale. No, le porte per adesso non vanno neanche aperte.

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