Il macchinista del Ponchielli Beppe: “Sono un operaio di teatro, sto dietro le quinte ma sento quella energia”

L'Intruso Gilberto Bazoli, alla vigilia della prima dell'opera Il Trovatore, incontra Beppe Premoli, 61 anni, macchinista del Ponchielli. "Se penso che gli applausi del pubblico siano anche per me, per noi? Non riesco ad arrivare a tanto narcisismo. Quando il pubblico è contento, lo sono anch'io”.
La prova generale, martedì scorso, del ‘Trovatore’ di Giuseppe Verdi è andata bene. Beppe Premoli, 61 anni, il macchinista del Ponchielli, ha potuto concedersi un giorno di riposo alla vigilia dell’attesa prima di giovedì sera . “Ho cominciato questo mestiere tanto tempo fa per caso, ma ora non riesco a pensare a una cosa migliore che avrei potuto fare”.
Il suo è un lavoro oscuro, dietro le quinte, lontano dai riflettori ma essenziale per la riuscita di uno spettacolo, sia esso un balletto, una commedia, un’opera lirica. “Il macchinista è colui che monta la scenografia. che basa la sua professionalità sulle competenze di carpentiere e falegname e che come interlocutore ha lo scenografo. Ma anche direttamente il regista perché spesso la scena ha dei movimenti e a lui piacerebbe, ad esempio, far sparire quell’elemento oppure abbassare quest’altro. Ogni tanto arrivano richieste inusuali, strane, che in parte escono dai binari della tradizione”. Beppe abita oltre il Po, ma da giovane ha vissuto a Milano. “All’età di vent’anni ho avuto voglia di andare via da Cremona. Un mio amico faceva questa professione, allora non avevo la minima idea di cosa fosse. Mi ha proposto di dargli una mano e ho accettato. Allora facevo di tutto, poi ho scoperto che si trattava di un mestiere particolare”. Ha collaborato con teatri prestigiosi come il Piccolo di Milano o il Grande di Brescia e seguito in tournée importanti compagnie di prosa. Lo faceva come freelance. In questo ruolo, per una ventina d’anni, ha collaborato anche con il Ponchielli, dove, da cinque, è fisso. “Un periodo, quest’ultimo, molto bello. Prima mi piaceva girare, ma adesso non mi dispiace restare fermo”. Al suo fianco un altro macchinista e due elettricisti.
E’ un tipo schivo, che non ama scomodare i grandi nomi che ha conosciuto da vicino né appuntarsi medaglie, ma la sua carriera è ricca – non può non esserlo – di aneddoti affascinanti e di personaggi famosi. “Una delle figure indimenticabili per me è Pina Pausch”, la coreografa tedesca scomparsa del 2009. “Ha messo in scena due spettacoli la stessa serata. Ho una predilezione per la danza, in particolare per quella contemporanea. La danza trasmette emozioni profonde, io sono dietro le quinte ma sento ugualmente un po’ di energia”. E’ da lì che ha visto recitare attori di primo piano. “Come Dario Cantarelli. Mi è capitato per caso di lavorare con lui, non c’entra il fatto che sia cremonese anch’io. Portava attraverso l’Italia ‘Le sedie’ di Ionesco, mi ha colpito molto sia per il rapporto professionale che umano. E’ un interprete impeccabile. Quello dell’ispirazione è un mito, l’attore deve fare l’attore: con Cantarelli ho assistito per mesi a una commedia sempre uguale, identica a se stessa”.
A volte, dal suo osservatorio dove nessuno vede lui ma da dove lui vede tutto, il macchinista è chiamato ad affrontare difficoltà impreviste e risolvere problemi in diretta. “Durante una rappresentazione di ‘Didone ed Enea’ di Henry Purcell, regia di Federico Tiezzi, si è staccato un elemento che pesava 400 chili. Per una quindicina di minuti abbiamo dovuto chiudere il sipario per recuperare quell’elemento con una carrucola. Poi è andato tutto bene, ma si era creata una tensione particolare, anche tra il pubblico. E’ successo nel 2000, proprio qui al Ponchielli”. Ci sono recite più complicate di altre. “Come, una quindicina d’anni fa, il ‘Gianni Schicchi’ diretto da Andrea Cigni (l’attuale sovrintendente e direttore artistico del Ponchielli, ndr). Un’opera mastodontica, per me impegnativa, che dovevamo montare anche nelle altre città. Una di quelle cose che non ti fanno dormire la notte ma che alla fine mi ha dato molta soddisfazione”. Ha alle spalle anche incursioni nel mondo dei concerti rock. “Niente a che fare, però, con il teatro, la sua delicatezza”.
Quando non è al Ponchielli, Premoli, una delle colonne nascoste ma indispensabili di corso Vittorio Emanuele, coltiva i suoi passatempi. “Ho un po’ una vena artistica; suono – sia chiaro, da dilettante – il pianoforte; mi piace leggere e andare al cinema. Ma soprattutto fare il falegname, ho una passione per il legno. Con gli anni ho messo in piedi un mio laboratorio”.
Ci sarà lui a tirare le corde per muovere i fondali del ‘Trovatore’ diretto da Roberto Catalano. “E’ un’opera normale, con scene molto essenziali, asciutte”. Confessa di essere, durante tutti gli spettacoli, anche i meno complessi dal punto di vista dell’allestimento, “un pochino teso”, come i protagonisti sul palco, ma non vuole essere chiamato ‘uomo di teatro’. “E’ una definizione che mi lascia perplesso, non posso accettarla”. Dice, invece, di sentirsi “più un operaio, che però ha avuto la fortuna di esprimere le sue competenze in un contesto speciale come quello artistico. Bisogna capirlo, quest’ambito, avere un po’ di sensibilità. Non siamo lì solo per montare mobili, anche se ho fatto pure questo nella mia vita. Se penso che gli applausi del pubblico siano anche per me, per noi? Non riesco ad arrivare a tanto narcisismo. Quando il pubblico è contento, lo sono anch’io”.
Giuseppe Premoli
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