Il Covid nei paesi poveri? Alice Fanti, a maggio direttrice di Cefa: “L’impatto sul reddito e sulla sicurezza alimentare”

Alice Fanti, 37 anni, cremonese, è stata nominata direttrice di CEFA-Il seme della solidarietà. L'Intruso Gilberto Bazoli l'ha intervistata.

“E dire che volevo fare tutt’altro”. Invece Alice Fanti, 37 anni, cremonese, diplomatasi al liceo linguistico Manin, è diventata una cooperante con già, nonostante la giovane età, l’esperienza e le competenze di una veterana. Non a caso, è stata nominata direttrice (assumerà formalmente l’incarico dal primo maggio) di CEFA-Il seme della solidarietà, l’organizzazione non governativa con sede a Bologna impegnata nella lotta alla fame e alla povertà nei Paesi in via di sviluppo, fondata dal senatore Giovanni Bersani, primo presidente di Confcooperative Emilia Romagna.

Alice, lei si è laureata in Cooperazione internazionale all’Università di Bologna: significa che sognava da sempre di far parte di questo mondo?
“In realtà, non da sempre perché era un settore che non conoscevo. Da piccola desideravo diventare farmacista. Alla fine della quarta superiore, il Manin, mi sono seduta davanti al computer e sul sito del Ministero dell’istruzione ho inserito, non so perché, come motore di ricerca la parola sviluppo. E da lì è nato tutto”.

Come ha conosciuto CEFA?
“Nel 2010 ho frequentato un master a Roma sulla progettazione per la cooperazione internazionale e questo master mi ha offerto un tirocinio al CEFA di Bologna, dove già vivevo. E’ così che ho iniziato”.

Qual è stato il suo primo impegno all’estero?
“Prima di arrivare al CEFA, sono stata in Guatemala dove ho lavorato sul tema del caffè. Poi, in Guatemala (di nuovo), Ecuador ed Etiopia, tornando in questi Paesi parecchie volte”.

Qual è la mission di CEFA?
“La nostra ong è nata negli anni Settanta sulla spinta delle cooperative agricole dell’Emilia Romagna che volevano portare all’estero il loro modello con l’obiettivo di sconfiggere fame e povertà. Oggi questa mission si arricchisce di un’altra serie di sfide come quelle sulla crisi economica e ambientale e la globalizzazione”.

Da quante persone è formata la vostra struttura?
“Da 15 dipendenti in Italia e 45 all’estero, tutti nostri connazionali. Poi ci sono i locali: complessivamente 250. E, ogni anno, 24 volontari del servizio civile, 3-4 in Italia, il resto negli altri Paesi”.

In quante nazioni siete presenti?
“12, un numero in crescita, decisamente. Siamo in una fase di espansione”.

Uno dei tanti vostri progetti?
“Quello in Etiopia, ho finito di discuterne proprio poco fa: il contrasto alla maltrunizione. Ci stiamo occupando del miglioramento della produzione di cibo e, con altri partner, della formazione dei genitori nei primi mille giorni di vita dei figli e della loro cura. In Etiopia, la malnutrizione è responsabile del 53 per cento della mortalità dei bambini con meno di 5 anni”.

Un altro esempio dei vostri interventi all’estero?
“Quello sul caffè: affianchiamo le cooperative già costituite per migliorarne la governance e ottenere un aumento del reddito”.

Siete in prima linea anche in Italia nella campagna vaccinale contro il Covid…
“Abbiamo dato la nostra disponibilità all’Asl di Bologna. La risposta al nostro appello è stata impressionante: si sono fiondati più di cento volontari”.

Com’è cambiata l’attività delle ong con la pandemia?
“Da un certo punto di vista non è cambiata troppo perché lavoriamo sempre con la distanza. E’ anche vero che un po’ di scossoni ci sono stati. In generale, le restrizioni scattate in Italia sono state messe in atto da tutti i governi. Ma, mentre qui il lavoro è tutelato, in altri contesti ogni giorno di chiusura è un giorno senza soldi”.

Si parla poco dell’impatto che il coronavirus sta avendo sui Paesi poveri…
“Penso che l’impatto maggiore sia, come dicevo, quello sul lavoro. In quei Paesi non ci sono ammortizzatori sociali. E questo comporta un calo del reddito. Anche la sicurezza alimentare ne risentirà perché la produzione agricola si è ridotta. Molti contadini hanno lasciato andare in malora i loro campi. La crisi più grave sarà reddituale e alimentare”.

Una domanda più personale: è vero che ama scrivere e tradurre?
“Come lo sa?”

Ne parla spesso suo padre, Mauro…
“Sì, ho sempre avuto la passione della scrittura, ma non l’ho mai coltivata. Ho frequentato corsi di traduzione editoriale. Sono una fan della letteratura sudamericana”.

I classici?
“Loro, ma mi sto anche dedicando ad autrici donne e seguendo piccole case editrici. Il mio sogno sarebbe tradurre un libro dallo spagnolo. Vedremo”.

Alice Fanti
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