Ecco la squadra dei tamponi. Monica: “Con la fase 2 l’emergenza non è finita”

L'Intruso Gilberto Bazoli parla con Monica Robusti, assistente sanitaria. Con 9 colleghe compone la squadra dell'ospedale che fa i tamponi per la diagnosi del Covid 19.

22 febbraio, il sabato mattina che l’avrebbe catapultata in un’altra dimensione. All’improvviso e senza possibilità di ritorno. “La mia caposala mi ha chiamato dicendomi di andare in ospedale perché c’era un’emergenza. Girava già la voce che ci fossero pazienti con il coronavirus. Dal pomeriggio della domenica dopo abbiamo cominciato subito il nuovo lavoro”. Monica Robusti, 53 anni, assistente sanitaria, compone con 9 colleghe la squadra dell’ospedale che in questi mesi ha fatto e continua a fare i tamponi per la diagnosi del Covid 19. “Siamo passati dai 400 circa al giorno degli inizi ai 250 di oggi. Di meno, ma sempre tanti”.

Monica e le altre sono a diretto contatto con il rischio infezione. Non possono mai abbassare la guardia della sicurezza né permettersi distrazioni. “Il nostro kit comprende sovracamice, camice, mascherina FFP2, occhiali, copriocchiali, visiera, calzari e due paia di guanti. Quelli più superficiali vengono cambiati e buttati ad ogni tampone. Non è facile operare in queste condizioni. Devi parlare con le persone, hai il fiato corto, fa caldo, sudi. La nostra responsabile tiene molto alla pulizia, laviamo con una soluzione di candeggina le sedie e il resto. Lo stesso viene fatto, a fine giornata, con i muri. Le finestre restano costantemente aperte. Ci disinfettiamo sempre. Stiamo parlando di ambienti con una grande carica virale. Ci sono stati nuovi ingressi nel gruppo perché quattro di noi sono state contagiate, probabilmente però hanno contratto la malattia fuori dall’ospedale”.

Il team di Monica, che proviene dal reparto di Allergologia, lavora in tre ambulatori ricavati all’interno dell’ala dedicata alla Medicina dello sport, dove si può accedere dall’esterno, da via Cà del Ferro. “Siamo in coppia, una raccoglie l’anamnesi del paziente, la sua storia clinica, e l’altra è pronta per fare il tampone. Da noi sono passati quasi tutti i dipendenti dell’ospedale, dai medici agli infermieri, poi anche il resto del personale sanitario che aveva sintomi sospetti. Quindi è toccato ai dimessi dopo il periodo di quarantena. E’ venuto anche il nostro sindaco. All’inizio i tamponi venivano analizzati a Pavia, Brescia e al Sacco di Milano. In seguito, quando sono state acquistate le apparecchiature e sono arrivati i reagenti, anche a Cremona”. La giornata di Monica cominciava presto e finiva tardi. “Ma non è la fatica fisica l’aspetto più pesante, è quella psicologica. Si devono ‘gestire’ persone spaventate, disperate che erano state colpite da un virus caratterizzato da una virulenza impressionante e che piangevano perché avevano perso un familiare o non potevano stare vicino a un parente ricoverato”. Anche Monica, ora, si commuove. Quasi scusandosi, riprende. “Non potrò mai dimenticare quella signora in attesa del tampone e che, mentre era in corridoio, ha ricevuto la telefonata con cui le si annunciava la morte del marito. O quell’altra donna, anche lei da noi per il tampone, il cui coniuge era deceduto il giorno prima. Quanti anziani soli ho visto. Ti si spezzava il cuore. A volte mi assentavo un attimo per andare in bagno, ma era solo un pretesto per sfogarmi lontano dagli occhi degli altri e riprendere forza. Con il tempo l’età si è abbassata e sono venuti anche i giovani. Avevamo delle psicologhe che ci chiedevano se c’era bisogno di aiuto. Il nostro è stato un gruppo unito, sin da subito. Abbiamo pianto tanto insieme per buttare fuori l’ansia, ma abbiamo anche riso, grazie a Dio abbiamo trovato un sistema liberatorio”.

Sono trascorsi quasi due mesi e mezzo da quel sabato. “Il livello di tensione era altissimo, ma mi sentivo carica, molto adrenalinica perché capivo che poteva servire pure il mio contributo. C’era anche paura perché abbiamo una famiglia, qualcuno che potremmo infettare. Saltuariamente facciamo il tampone a noi stesse. Quando, stanca, torno a casa, lascio gli abiti fuori dall’appartamento, in una zona filtro, e mi infilo sotto la doccia. Ma il timore di portare il virus tra le tue mura non se ne va del tutto”.

Il peggio sembra alle spalle. “Sto bene, incrocio le dita. Anche la situazione generale è migliorata. Si stanno sanificando tanti reparti dell’ospedale per cominciare a ripartire, anche con le sale operatorie. Non siamo eroi, ma esseri umani che hanno scelto un lavoro e lo svolgono con passione. Certo, come sempre, si poteva fare meglio, ma tutti hanno cercato di dare il massimo”. Monica ha una speranza: “La gente deve capire che, con la Fase 2, l’emergenza non è finita. So bene che le persone sono esauste ma a tutte quelle che, il mattino, vengono in ambulatorio raccomando di indossare la mascherina. L’unico strumento che, con la distanza sociale, può proteggerci. In attesa del vaccino”.

La squadra dei tamponi.
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