Don Giovanni da 21 anni in Albania: il terremoto e la nuova chiesa in costruzione

L'Intruso Gilberto Bazoli parla con don Fiocchi, uno dei preti diocesani all'estero, nel Paese delle aquile da 21 anni. Molti giovani cremonesi hanno prestato volontariato al suo fianco.

Dopo i 6 i tir partiti l’anno scorso da Cremona con 143 tonnellate di tondini di ferro da utilizzare per le strutture in cemento armato, i 15 camion carichi di mattoni, donati dalla ditta Danesi di Soncino, arrivati a destinazione, uno dopo l’altro, oltre l’Adriatico da poco, tra la fine di luglio e novembre. La chiesa che don Giovanni Fiocchi, 60 anni, sta costruendo a Puke, nord dell’Albania, tre ore d’auto dal Kosovo, una zona di montagna con un basso tenore di vita, prende sempre più forma. “Andiamo bene. Spero di riuscire a mettere il tetto per Capodanno, prima della fase più cruda dell’inverno. Resta ancora molto lavoro: gli impianti, l’arredo, il pavimento. Facendo un calcolo realistico, prevediamo di finire per il 2020, non però nella parte iniziale, ma nella seconda”.

Originario di Cassano d’Adda, ordinato sacerdote nel 1983, don Fiocchi, uno dei preti diocesani all’estero, è nel Paese delle aquile da 21 anni esatti, dal 13 dicembre 1998. Da allora molti giovani cremonesi hanno prestato volontariato al suo fianco. “L’immagine comune che si ha del missionario colloca la sua azione in altre nazioni del mondo, ma non bisogna dimenticare che stiamo parlando di una Chiesa, quella locale, che ha sofferto molto ed è stata emarginata durante il periodo del comunismo e, ancora prima, dell’impero turco. Ora, invece, i cattolici si stanno organizzando”.

Il terremoto di fine novembre ha messo in ginocchio il Paese. “L’apparenza non racconta bene la realtà. Il sisma si è lasciato dietro 51 morti, centinaia e centinaia di feriti di cui nessuno parla, case abbattute, diverse migliaia di sfollati, molti problemi e forti disagi – continua don Fiocchi, che in quei giorni era in Italia per altri impegni -. Le zone più colpite sono state quelle di Durazzo e Tirana. A Puke, invece, i danni sono contenuti, c’è stata qualche piccola lesione. In una delle mie chiese, la parrocchia di san Paolo a Qelez, si è aperta una crepa lungo una parete”. Il missionario cremonese, a cui la Caritas diocesana non ha mai fatto mancare il suo sostegno, è “moderatamente ottimista” sulla capacità di riprendersi della sua seconda patria. “L’Albania si rimetterà in piedi, senz’altro, anche se siamo in una realtà sociale e probabilmente anche politica non preparata a eventi di questo genere. Non c’è, ad esempio, un sistema di protezione civile come in Italia. Stiamo a vedere come sarà gestita la fase della ricostruzione. Tante belle parole, ma ciò che conta sono i fatti. Un intero tessuto organizzativo dovrà essere messo alla prova”. Di certo, non è un Natale come gli altri. “Lo sforzo è che abbia un aspetto di normalità. Sono state date disposizioni perché non manchino segni festosi in modo da rinfrancare la popolazione”.

La fragilità della terra è stata preceduta nei mesi scorsi da quella della politica, con anche violenti scontri in piazza. “Il guerreggiare ha avuto una piccola pausa, ma non si sa per quanto tempo durerà. Il ‘piove, governo ladro’ è diventato ‘c’è il terremoto, governo ladro’. Una certa maturità politica sembra distante anche se, sotto la superficie. magari si muovono spinte verso uno spirito di collaborazione”.

A Puke, in realtà, una chiesa esiste già, ma provvisoria, ricavata in un prefabbricato del 1976 utilizzato per un altro terremoto, quello in Friuli. E’ il momento di un luogo vero. La nuova chiesa potrà contenere 400 fedeli ed è stata progettata in modo semplice, con tetto a capanna e due campanili, secondo lo stile balcanico. In città su cinquemila abitanti i cattolici sono mille, la netta maggioranza è composta da musulmani. “Per il momento da loro non abbiamo avuto reazioni negative. Si cerca di mantenere un clima di buona convivenza”.

Don Fiocchi non è più solo. “E’ arrivato un altro sacerdote, albanese. Puke, con la mia presenza, non può diventare una succursale della Chiesa italiana”. Dopo 21 anni, il ritorno definitivo a casa sembra avvicinarsi. Don Giovanni sorride: “La mia missione potrebbe terminare, sarebbe nella logica delle cose. La comunità cristiana albanese cresce, si rimette in piedi da sola. Senza puntelli esterni”.

Don Giovanni Fiocchi alla festa per i suoi 60 anni
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