Davvero non è solo pizza: il regalo ai sanitari del Maggiore e le tre fette per vedere un volto amico

L'Intruso Gilberto Bazoli ha fatto quattro chiacchiere con Marco Boccelli, gestore del 'Nonsolopizza' di via Brescia: dalle consegne a domicilio, fatte anche all'Ospedale, alla ripresa dell'attività.

“All’inizio il lavoro era ripreso bene, ora c’è più calma. Si continua ad avvertire un po’ di paura”. Marco Boccelli, 46 anni, è uno di quegli esercenti che non si piangono addosso e non si sono arresi al Covid. Con la madre, Lucia, 63 anni, e la sorella, Cristina, 43, gestisce ‘Nonsolopizza’, il locale di pizza al taglio e pizze rotonde d’asporto in via Brescia, vicino al sottopasso, aperto dalla mamma nel luglio 1991 dove prima c’era un negozio di riparazioni tv. Con loro il padre, Claudio, 72 anni, ex dipendente Telecom in pensione che dà una mano nel fine settimana, e quattro collaboratrici: Silvia, Giorgia, Alyssa e Chiara.

“Siamo rimasti chiusi, dai primi di marzo, per 50 giorni – racconta Marco, che da giovane aiutava i familiari nei ritagli di tempo concessi dagli studi e che da 15 anni è fisso dietro il bancone -. Abbiamo riaperto il 4 maggio facendo nei tre week end precedenti solo le consegne a domicilio. Un’attività completamente nuova per noi. Io, mia sorella e mia mamma venivamo qui il mattino per preparare le verdure e il resto. Restavamo in ballo sino alla sera, anche se non chiamavano in tantissimi, ma andava bene così. Consegnavo io le pizze. In quel periodo ho rivisto alcuni dei miei clienti più affezionati. Soprattutto anziani che abitano nel quartiere, a San Bernardo e allo Zaist, alcuni al Boschetto e a Pozzaglio”. Spesso la voglia di una margherita o una romana nascondeva altro. “Telefonavano chiedendo se potevano avere due fette di pizza soltanto. Certo, rispondevamo. Il loro era più che altro uno sfogo, erano contenti di ritrovarsi davanti un volto amico”. Marco partiva in auto. “Temevo di portare il virus a casa: ho una figlia di 8 anni, mia mamma non passa praticamente l’inverno senza la polmonite e mia nonna, Maria, 93 anni, vive sopra di noi. Dopo ogni viaggio disinfettavo l’auto, dal cambio al volante e al finestrino”. Per ragioni di sicurezza, era preferibile aspettare all’ingresso delle abitazioni che scendesse il cliente. Ma una volta non è andata così. “Era un lunedì, per l’intero giorno il telefono è suonato tre volte. L’ultimo squillo è stato quella di un signore che mi ha pregato di andare di sopra, al terzo piano. Era tutto deserto. Sono salito, la porta dell’appartamento era aperta. Adesso mi tocca persino entrare, ho pensato, titubante. Si è presentato un uomo con la stampella che non poteva muoversi. Abbiamo fatto anche lì una buona azione”.

Ma ci sono altre consegne che Marco non potrà più dimenticare, quelle a medici e infermieri. “La prima volta hanno ordinato da un reparto dell’ospedale quattro teglie di pizza. Era il momento clou della chiusura per il coronavirus. Sono partito, con la mascherina e i doppi guanti. Mi sono lasciato su un fianco le tende dei Samaritan’s Purse e ho percorso il viale interno. Tutto intorno silenzio. Si sentiva solo un rumore, forse quello di qualche gruppo elettrogeno. Una scena spettrale, un’atmosfera post nucleare. Ho lasciato le pizze all’accettazione”. Poi, ad aprile, subito dopo Pasqua, la seconda spedizione. “E’ stata una cosa strana. Il mattino viene un mio vicino di casa, padre di due bambini. Dice: ‘Desidero fare una donazione al personale del Maggiore, ecco una busta con 50 auro. Quando prenotano la pizza, questi sono i soldi’. E io: ma no, prenda il il resto, magari vogliono solo una teglia. Quello stesso giorno hanno chiamato dal reparto di Medicina d’urgenza ordinandone, invece, tre. Mia sorella è corsa subito da quel cliente a riferirgli la cosa. Anche quella volta ho recapitato io le pizze, erano contenute in una grande borsa termica e accompagnate da un foglio: ‘Donate da…’ e il nome del benefattore. Il costo era di 90 euro, la parte rimanente mi sono sentito in dovere di accollarmela io. Sono scesi a ritirare i cartoni due giovani infermieri, bardati da capo a piedi. Pensavo fossero abituati a un gesto del genere, eppure erano stupiti”. 

Dei lunghi mesi bui, Marco, oltre la paura del rischio di contagio per sé e i suoi cari, ricorda quella “per l’incertezza economica a causa della mancanza di entrate”. Ma dal forno di via Brescia è tornata ad uscire come prima la pizza nata dalle mani di mamma Lucia, oltre alla torta fritta (il martedì sera), i panzerotti e le focacce ripiene. “Il lavoro è ripreso”. In tanti ce l’hanno fatta, anche dietro le vetrine di via Brescia.

Marco Boccelli, il primo da destra, con la madre Lucia, il padre Claudio e la sorella Cristina.

 

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