Dario, il coiffeur di via Mantova: “Chiudo per voltare pagina ma continuo a tagliare i capelli ai clienti malati”

Si prepara a spegnere le luci del suo salotto. “Ringrazio i miei clienti, dal primo all'ultimo, perché mi hanno dato la possibilità di vivere decorosamente. Rimarranno per sempre nel mio cuore. Forza, sono convinto che la ripresa verrà, e sarà alla grande”.
Lo si trova al lavoro anche il lunedì, turno di riposo. Non con pettine o rasoio ma con scopa e stracci. “Vengo per pulire. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo sino all’ultimo”. Quel momento si sta avvicinando: alle 12 del prossimo 31 dicembre, il giorno in cui compirà 76 anni, Dario Lucini, lo storico barbiere di via Mantova 37, chiuderà il suo negozio e si godrà la pensione, “E’ da 64 anni che sono qui”. Non smetterà del tutto: “Taglierò barba e capelli ai malati che non possono muoversi da casa. E’ il mio modo di fare beneficenza”.
Nato a Pescarolo, a Cremona ci è arrivato da bambino, terminata la quinta elementare. “Rasavo io i miei fratelli, 3 maschi e una femmina. Il titolare, Mario Pigoli, ha visto che ero bravo e mi ha voluto accanto a lui. Dopo 6 mesi, facevo già le barbe. Altri tempi: eravamo in quattro”. Alle pareti diplomi professionali, attestati e il documento, datato 17 aprile 1967, con cui il Comune certifica che il nuovo proprietario del laboratorio è lui, il ‘garzone’ di una volta. “Avevo 22 anni. Allora i parrucchieri cremonesi in città erano tanti, un’ottantina, adesso si contano sulle dita di una mano. Ora sono solo ma in passato mi hanno aiutato un collaboratore e, per tre anni, come estetista, mia figlia, Cinzia. Ho seguito dei corsi a Milano: quando hai una buona base di partenza, puoi fare tutto e adeguarti alle nuove mode”. Dietro le vetrine c’era e c’è un mondo. “Certo che rifarei questo mestiere. Il mio segreto? La passione: senza quella i capelli restano dritti come tanti diavoli. Mi piacerebbe che i giovani capissero il piacere di avere il proprio negozietto e di essere in mezzo alla gente. Siamo come i preti: i clienti, dall’operaio al magistrato, ci raccontano tutto. Le persone preparate hanno l’intelligenza di parlare in modo da farsi comprendere. C’è chi si sorprende: ma come, per la barba fai l’impacco? E’ da 50 anni che lo faccio: l’acqua calda che toglie il bruciore e il massaggio che leva i pori della pelle così da renderla vellutata come quella di un bambino”. Di questo piccolo universo facevano parte anche Sissy e Furia, i cagnolini un tempo seduti sulle poltrone libere e ora ricordati nelle fotografie agli specchi. “Li ho trovati al canile. Appena possibile ci tornerò per prenderne un altro”.
La lunga carriera del coiffeur è disseminata di momenti indimenticabili. “Come quella volta che mi sono piazzato al secondo posto su 120 concorrenti a una gara a Milano: ho fatto i capelli a spazzola a Luigi, mio suocero e mia ‘cavia’, che oggi avrebbe 100 anni. E’ stata la mia acconciatura più strana”. Dario, come tutti lo chiamano nel quartiere, racconta un altro episodio. “Forse il più bello. Entra un uomo, magazziniere al Fulmine, e mi dice: mi è morto il parrucchiere. Gli faccio barba e capelli, poi per qualche tempo non lo vedo più. Alla vigilia di Natale squilla il telefono: mi scusi, sono quel signore, potrebbe venire a casa mia dopo Natale? Gli rispondo: dopo Natale? No, arrivo subito. Mi ha abbracciato: era un dializzato e non poteva uscire”. Quanti personaggi coloriti si sono fidati a mettere il loro collo nelle mani sapienti di Furini. “Il primo che mi viene in mente è Pietro Scannacapra, idraulico di Grontardo, deceduto di recente, il 14 agosto: era un tipo eccezionale, faceva ridere tutti con la sua simpatia contagiosa. Questo non era un negozio, ma un salotto”.
E’ anche per questo motivo che quella di chiudere non è stata una decisione presa a cuor leggero. “Prima d’ora non ci avevo mai pensato, anche perché ho ancora la mia clientela affezionata e il lavoro c’è sempre stato, ma bisogna capire quando è il momento di voltare pagina”. Le ragioni sono varie. “Il fatto che sono vicino agli 80, lo stress, la paura degli anziani di muoversi, la situazione del Covid che ci ha costretto a sospendere l’attività per qualche tempo a primavera e che ci penalizza anche adesso perché molti clienti arrivavano dai paesi e pure dal Piacentino. Il coronavirus se n’è portato via una quindicina, sono andato a trovarli tutti al cimitero”. Ma il motivo principale della svolta è un altro. “Desidero essere vicino a mia moglie, Rosa: ha 75 anni e la sua salute è quella che è. Mi sento in dovere di starle accanto, ha bisogno di me. Me lo ha chiesto anche lei. E allora, anche se con dispiacere, mi sono detto: basta, è giusto così. Avrò anche più tempo per dedicarmi al mio hobby: l’orto e il frutteto nel pezzetto di terra dove abito”. Ma non si fermerà del tutto. “Continuerò ad andare a casa dei malati per dare il mio servizio. Sono una decina: uno è cieco, un altro ha perso la memoria, un altro ancora è stato colpito dall’ictus. Quando hanno saputo che smettevo mi hanno telefonato: aiuto, Dario, come faremo? Li ho rassicurati che non resteranno soli. Quando vado da loro non chiedo niente, dico: decidete voi. E’ il mio modo di fare del bene. I soldi non li butto, ma non li cerco. Un giorno mi sono recato da un paziente in ospedale: tra una visita e l’altra ho dovuto aspettare tre ore per poter tirare fuori il mio fon e le mie forbici. Anche allora non ho voluto nulla. Pochi giorni dopo la moglie è passata da qui lasciando una busta contenente 50 euro”.
L”artista’ di via Mantova si prepara a spegnere le luci del suo salotto. “Ringrazio i miei clienti, dal primo all’ultimo, perché mi hanno dato la possibilità di vivere decorosamente. Rimarranno per sempre nel mio cuore. Forza, sono convinto che la ripresa verrà, e sarà alla grande”.
Dario Lucini
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