Con Andrea di Tex Cremona dietro le quinte del film “Alla giusta distanza”

"E' come se avessi vissuto quelle 21 vite e me ne fossi portato a casa un pezzo". L'Intruso Gilberto Bazoli intervista l'organizer del team che ha realizzato il cortometraggio su Cremona contagiata e guarita.

All’inizio il ricordo dello choc di un paziente che era in gravi condizioni ma si e’ salvato, Giovanni Zigliani: “Per me partire da Cremona e poi svegliarmi a Trieste è stato abbastanza spaventoso”. Alla fine il sorriso dell’assistente sanitaria, Anna Riviera, che in questi mesi ha fatto i tamponi alla gente: “Ho portato qui la voce di tutte le mie ragazze, le mie colleghe, la mia seconda famiglia”. ‘Alla giusta distanza. Racconti di una pandemia’, il cortometraggio sulla città contagiata dal coronavirus e guarita, andato in onda sabato sui canali Facebook e Youtube di TEDxCremona, ha colpito al cuore. Lo provano anche i numeri (oltre 14mila visualizzazioni) e i servizi sulle testate nazionali (come Tg2, Tg3 e Tgr Lombardia). Il documentario è stato prodotto da TEDxCremona (Andrea Mattioli, Sara Guarneri, Alessandro Finardi, Mauro Migliore, Stefania Mattioli), in collaborazione con Pro Cremona e ASST di Cremona. Andrea Mattioli, 47 anni, ingegnere informatico, è l’organizer del team.

Andrea, soddisfatti?
“Contentissimi. Evidentemente le esperienze che hanno toccato noi hanno toccato anche il pubblico. Oltre ai complimenti, abbiamo ricevuto molti messaggi commoventi”.

Ad esempio?
“Ci ha contattato la figlia del malato, poi deceduto, che era ricoverato in terapia intensiva accanto a uno degli intervistati”.

Come vi è venuta l’idea?
“Il 30 maggio 2020 era la prima opzione per l’evento che avevamo programmato quando ci siamo incontrati nella primavera 2019. Ci sembrava brutto lasciare un vuoto. L’abbiamo riempito in questo modo. All’inizio avevamo pensato a 3-4 testimonianze, ma alla fine sono diventate 21”.

In che modo avete lavorato?
“Abbiamo chiamato le persone nella stessa giornata, il 17 maggio, una domenica, e nello stesso luogo, palazzo Pallavicino. Una non stop dalle 9 alle 20”.

Come avete scelto i protagonisti del video?
“In base alle relazioni, ai contatti di ognuno di noi, cercando di differenziare gli’intervistati per età, genere, professione. Storie diverse con un filo conduttore, una connessione: Cremona”.

Hanno detto subito di sì?
“Sono stati disponibilissimi, anche se dovevano mettersi davanti alla telecamera e alzare il velo su una parte, spesso dolorosa, di sé. A un certo punto abbiamo limitato il numero dei testimoni perché rischiavamo di averne troppi. Insomma, abbiamo avuto vita facile”.

In fase di montaggio avete tagliato il materiale?
“Certamente: 8 ore di registrato sono state condensate in 40-45 minuti. Chissà, in futuro potrebbe uscirne qualcos’altro”.

Chi erano gli intervistatori?
“Ci siamo alternati. Ognuno di noi ha intervistato le persone portate quel giorno”.

Alcune di loro hanno interrotto il racconto per l’emozione?
“E’ capitato. Eravamo in un contesto in cui era consentito fermarsi e riprendersi. Ci si doveva sentire come al bar o con un amico”.

Si è emozionato anche lei?
“Allora, dopo e anche adesso che ne sto parlando. Qualcosa mi è arrivato”.

Ci sono dei casi che l’hanno colpita particolarmente?
“Mi sono abbastanza agganciato al tono del racconto di Alessia Zoncada, infettivologa. Ha pronunciato due o tre frasi che mi si sono cucite addosso. Anche la vicenda di Francesco Sessa, paziente e fotoreporter, mi ha impressionato. E’ arrivato a palazzo Pallavicino con dieci minuti di anticipo sull’appuntamento. Si è seduto e così abbiamo avuto tempo di parlare prima delle riprese. Aveva un volto sofferente ma descriveva la sua esperienza in modo sereno”.

Commentando il vostro lavoro, lei ha affermato: “E’ come se qualcosa di nuovo abiti in me”. Addirittura?
“E’ come se avessi vissuto quelle 21 vite e me ne fossi portato a casa un pezzo. Mi serviranno, spero di essere una persona migliore”.

Lei ha anche sottolineato il valore della capacità di ascolto.
“E’ il messaggio che vien fuori dal nostro corto. La capacità di ascolto, di stare in silenzio è fondamentale. Poi puoi anche parlare ma, se si riesce ad ascoltare, si cambia il mondo”.

Perché quel titolo?
“La distanza ci sta caratterizzando nella nostra nuova vita quotidiana. Ma anche a un metro di distanza si può stare in relazione. In un mondo che ci obbliga a rispettare la distanza siamo comunque connessi. Anche quella domenica, a un metro l’uno dall’altro, sono volati pianti e sorrisi. Nell’attesa di tornare alla normalità e riprenderci la nostra felicità”.

Un filmato, avete spiegato, per “evitare che, passata la paura, si perda la memoria”. Crede davvero che sia un rischio possibile?
“L’essere umano è molto bravo a vivere il momento e poi passare a qualcosa di diverso, tornare all’esistenza di prima. Ma stavolta potrebbe non essere così, stavolta potremmo tornare a prima ma anche no. Non come restrizioni, ma per vivere meglio. Il pericolo è aggrapparsi alle cose che conosciamo. Questo è un peccato. Ho paura che questo passaggio non riesca a incidere su tante persone. I protagonisti di ‘Alla giusta distanza’, parlando senza filtri, hanno dato un contributo alla memoria collettiva di Cremona. Le loro testimonianze individuali sono entrare in connessione diventando un’unica storia, dedicata all’umanità”.

Tra le pieghe dei racconti si può leggere un giudizio sulla sanità lombarda?
“No, perché era vietato. Nel nostro progetto ci interessava l’aspetto umano. Il nostro voleva essere un momento di incontro e doveva essere universale. La sua forza è che vale comunque per tutti. Sono uscite, questo sì, parole positive sui medici, gli infermieri, il personale sanitario. I pazienti hanno creato con loro rapporti umani, relazioni dietro le mascherine e i caschi. Hanno parlato tutti di gentilezza. Come il piccolo gesto di quell’infermiere che dava il deodorante sotto le ascelle di un malato”.

Secondo lo scrittore francese Michel Houellebecq saremo “un po’ peggiori”…
“Io invece voglio essere positivo. Probabilmente non tutti faranno tesoro di questa esperienza ma, realizzando questo documentario, ho trovato gente che, nonostante la tragedia, è riuscita, anche nella solitudine e nel decadimento, a resistere. Non possiamo che uscirne un po’ migliorati, più capaci di stare con noi stessi”.

Quale Cremona consegnano le 21 storie?
“Una Cremona che ha partecipato al dolore in maniera dignitosa. Non abbiamo sentito storie che parlavano di una sofferenza non sopportata o di persone che si giravano dall’altra parte in cerca di solidarietà e non trovavano nessuno. Non ho sentito sconforto. Cremona ne deve uscire rinfrancata: una comunità piccola ma che può fare grandi cose a patto che le si faccia insieme”.

Stefania Mattioli, responsabile comunicazione ASST di Cremona, è il co-autore del video…
“Questo lavoro nasce dall’incontro fortunato tra il TED e l’ASST. La scelta stilistica del cortometraggio sta proprio nel non ricorrere allo stereotipo del racconto del coronavirus di questi mesi, tipo il medico o l’infermiere con lo scafandro. Abbiamo abbandonato le divise, i ruoli, le statistiche per mettere in risalto esperienze personali, al di là del ruolo dei protagonisti. Questo ha fatto sì che si creassero connessioni tra le persone intervistate e che il singolo racconto diventasse collettivo permettendo così ad ognuna di ritrovare qualcosa di sé”.

C’è un altro aspetto narrativo che forse può essere sfuggito…
“All’inizio del filmato non sono indicati i nomi e la posizione dei protagonisti, nomi e posizione vengono scoperti solo alla fine. Anche questa è una precisa scelta stilistica per dare ancora più peso al contenuto”. ‘Alla giusta distanza’ “si inserisce in tantissimi lavori fatti da parte dell’ospedale durante l’emergenza per costruire momenti, ricordi che sono serviti ad attraversare il dolore, non a subirlo. Anche dentro la sofferenza, tutte le iniziative messe in campo (come la violinista sul tetto dell’ospedale, il saluto al personale sanitario venuto da fuori e altre occasioni) si proponevano lo scopo di far emergere la bellezza che ci accomuna, che e’ la nostra matrice in quanto essere umani. La cura è cultura: questa è l’essenza di quanto fatto come comunicazione e il lavoro del team di TED ci ha permesso di metterlo in evidenza  ancora di più”.

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