Al lavoro (anche) a Natale contro il covid: la storia di Marc, operatore sanitario camerunense all’Oglio Po

L'Intruso Gilberto Bazoli ci racconta una storia di Natale, di integrazione e di lotta al coronavirus. Quella di Marc Nanko, operatore socio-sanitario, rifugiato politico dal Camerun, in servizio all'Oglio Po nel reparto Covid. Anche il 25 dicembre.

Striscerà il badge anche a Natale. “Arriverò in ospedale 40 minuti prima delle 14 per il solito passaggio di consegne e smonterò alle 21”. Quel giorno Marc Nanko, 44 anni, operatore socio-sanitario, rifugiato politico del Camerun, giunto nel 2008 in Italia e nel 2013 a Cremona, cattolico, sarà meno solo grazie alla compagnia degli altri colleghi in servizio ma anche al messaggio di speranza irradiato da un ‘ospite’ speciale in corsia: “Il presepe luminoso regalatoci da un malato Covid dimesso dopo un lungo ricovero”.
Prima di approdare, lo scorso aprile, nel pieno della prima ondata della pandemia, all’Oglio Po di Casalmaggiore, Marc è stato in forza, dal 2016, alla Fondazione Sospiro e, in precedenza, a Cremona solidale. “Lavoro nel reparto Covid, che in questo periodo è pieno di pazienti, non solo anziani. Ho visto morire molte persone, l’ultima poche ore fa”, dice nel suo italiano fluente. Lui stesso, di recente, è stato contagiato. “Quel 18 novembre me lo ricordo bene. Il personale è stato sottoposto a uno screening programmato da qualche tempo. Sono tornato a casa all’inizio del pomeriggio, mi sono lavato e alle 16 mi hanno chiamato: sei positivo. Con me altri 6 infettati”. E’ scattata la quarantena: lui confinato in una camera nella sua abitazione di Pieve san Giacomo, i suoi quattro figli (Hilary, Harold, Sonny e Kelly, 17, 14, 9 e 6 anni rispettivamente), nelle altre stanze. “Avevo paura soprattutto per loro perché sono io che porto il pane in famiglia. Se mi fosse capitato qualcosa, non so se avrebbero resistito. Sono piccoli, temevo che, senza il mio sostegno, sarebbe stato un dramma. Quanto a me, non mi sono arrabbiato, l’ho presa con filosofia, con il mestiere che faccio avevo messo in conto il rischio di infettarmi, ma posso assicurare che non è stato per niente facile: la febbre, anche se sale e scende, si può controllare, il respiro no. Avvertivo una grande stanchezza, appena facevo qualcosa mi mancava l’aria. E’ pesante anche lo stress di essere costretto al chiuso tra quattro mura”. L’isolamento, per fortuna, è stato breve, il 27 novembre, dopo 10 giorni, il tampone ha dato esito negativo, per lui e anche per gli altri. Marc, bardato da capo a piedi, con visiera, casco, mascherina, tuta, guanti e calzari protettivi, è di nuovo sulle barricate contro il coronavirus. “Durante la prima ondata, quando eravamo accerchiati, c’era solidarietà, la gente si aiutava, l’essere umano era al centro di tutto; ora, invece, mi pare che non sia più così, prevalgono l’egoismo e il menefreghismo. Per non parlare di chi sostiene che il coronavirus sarebbe un’invenzione e se ne va in giro senza rispettare le regole di sicurezza, la prima difesa contro il contagio. Le polemiche sulle restrizioni del Natale? Se il fine è salvare altre vite ed evitare altre morti, è giusto festeggiarlo in pochi. Il Natale, quello di una volta, tornerà mentre non torneranno mai più le persone che avremo perso a causa dei nostri comportamenti scorretti”. Marc è ancora in attesa della cittadinanza italiana, un riconoscimento che si è guadagnato da tempo sul campo. Eppure nelle sue parole non c’è risentimento. “L’Italia mi ha accolto e cresciuto, voglio continuare a dare il mio contributo a questo Paese che amo e sento mio”.
A metà dicembre, in corsia è stato recapitato un pacco. “Conteneva un oggetto speciale, inatteso: la capanna di Gesù Bambino e le altre statuine sistemate all’interno di un vecchio televisore che in precedenza era stato smontato e interamente svuotato. Si inserisce la spina e il presepio si accende, diventa luminoso. E’ molto bello”. Il regalo, il modo di ringraziare di un malato Covid commosso non solo per la professionalità ma anche per le mille attenzioni, i sorrisi e i piccoli gesti quotidiani ricevuti dai suoi “angeli”, come ha chiamato i medici, gli infermieri e gli operatori socio-sanitari, che gli sono stati accanto durante i 38 giorni di ricovero. Un’assistenza che gli ha dato forza e lo ha aiutato a guarire. Marc è un tipo attivo, impegnato su vari fronti. Ha fondato ‘Africa nel cuore’, la onlus che ha dato il nome alla squadra di calcio composta esclusivamente da migranti e richiedenti asilo (arrivati da Camerun, Gambia, Senegal, Nigeria, Guinea, Mali, Liberia) e iscritta al campionato amatoriale della Uisp. Quando frequentava l’Università per stranieri di Perugia, Nanko era il promettente centravanti di una squadra dell’Eccellenza umbra, ma a causa di un infortunio ha dovuto abbandonare lo sport praticato. Ma non si è perso d’animo e si è reinventato come presidente arruolando trenta appassionati venuti come lui da lontano, tutti compresi fra i 17 e i 33 anni, e chiamando un italiano a fare da allenatore e allo stesso tempo da educatore e magazziniere. Ora il calcio dilettantistico, per colpa del Covid, è sospeso, l’ultimo campionato, quello della stagione 2017-2018, l’ha vinto proprio ‘Africa nel cuore’. “Ci sarà tempo per rimettere in piedi la squadra e tornare a giocare, ora dobbiamo concentrarci su un’altra partita”.

Marc con il presepe regalato da un paziente guarito dal covid
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