Al paradiso della lana colpito dal Covid, Monica: “Chiudere? Non esiste nel mio vocabolario”

Gilberto Bazoli è stato all'atelier Gomitoli di corso Matteotti 90 e ha parlato con Monica Mangiarotti, vulcanica titolare del negozio: "Il mio compagno è stato portato via, io stessa mi sono ammalata, ma l'idea di chiudere non mi ha mai sfiorata"

Gli scaffali sono pieni di lane di tutti i colori e per tutti i gusti. Chi viene semplicemente per acquistare e chi per fare due chiacchiere, intessere amicizie, dare il suo contributo a iniziative benefiche o seguire, nel retro, i corsi sui segreti dell’uncinetto e dei ferri. Dietro le vetrine c’è un piccolo grande mondo, anch’esso ha dovuto fare i conti con il Covid. “Il mio compagno è stato portato via, io stessa mi sono ammalata, ma l’idea di chiudere non mi ha mai sfiorata, quella parola non esiste nel mio vocabolario, anche se non si può mai sapere cosa ci riserva il futuro”, dice Monica Mangiarotti, 56 anni, titolare di ‘Gomitoli’, l’atelier di corso Matteotti 90.
E’ una donna forte, coraggiosa, un vulcano che non si spegne mai. “Lavoravo in un negozio di abbigliamento, ma desideravo aprirne uno mio. Mi sono licenziata e, nel 2013, sono partita, contro tutto e tutti, con un locale dall’altra parte della via. Poco dopo si è liberato questo posto dove prima c’era una tappezzeria storica su cui avevo messo gli occhi e mi sono trasferita. Il mio sogno era vendere filati ma anche poter offrire alle persone un luogo in cui scambiarsi esperienze, rilassarsi, svuotare la mente, trovare un po’ di serenità. Sentirsi a proprio agio”.
C’è stato un ritorno di questi negozi che sanno d’antico. “Una vera e propria riscoperta dei filati, ora ne esistono di tantissimi generi. Hanno le loro stagioni, né più né meno come l’abbigliamento, la moda. In passato si facevano solo centrini o poco più, adesso maglioni, borse, scialli, sciarpe, cappelli, tappeti, costumi da bagno, collane, orecchini. E amigurumi, termine giapponese che sta per carinerie, piccoli oggetti come pupazzi e giochi. Il filato dà la possibilità di realizzare cose sfiziose”. Monica, con le preziose collaboratrici esterne Donata ed Elena, insegna a ricamare. Le sue clienti e le sue allieve sono donne di tutte le età. “Giovani, neo mamme, una bambina di 9 anni, una signora di 90 e passa, un’altra che compra gomitoli per la madre che ha compiuto i 100 da poco e fa ancora qualcosa”.
La generosità, da queste parti, è un frutto naturale. “Abbiamo partecipato a un progetto dello Zonta Club creando con l’uncinetto più di mille cuori e, per ‘Viva Vittoria’, qualche centinaio di piastrelle di 50 centimetri per 50 per comporre coperte di un metro per uno”.
Ma il Covid non ha risparmiato nemmeno il paradiso della lana. “E’ rimasto chiuso per quasi 3 mesi. Io ed Emilio, il mio compagno, ci siamo ammalati insieme agli inizi di febbraio. Io me la sono cavata, lui no: era in pensione, nuotava, andava in bicicletta, era appassionato del lavoro con il legno. Un’ambulanza lo ha portato all’ospedale di Brescia il 5 marzo e da allora non l’ho più visto. Veniva qui, mi dava una mano, ha fatto degli attrezzi per le vetrine. La sua perdita è stata un dolore immenso, sono rimasta in isolamento volontario per due mesi, non ero più capace di prendere in mano l’uncinetto. Ma, grazie a Dio, ho un carattere forte che mi aiuta e mi ha abituato a trasformare le negatività in sfide. Ho lavorato su di me per uscire da quella situazione di stallo. Sepolto Emilio, sono tornata dietro il bancone, era tutto sospeso, è stato in quel momento che mi è venuta l’idea delle consegne a domicilio. Volevo essere quella di prima. Anzi, meglio. Il mattino uscivo con la mia bella autocertificazione, arrivavo in negozio con le saracinesche abbassate, sistemavo gli scaffali, ricevevo gli spedizionieri. Ho pure ideato un album su Facebook, E, anche se avevo tanta paura, partivo per recapitare la lana a chi ne aveva fatto richiesta. Igienizzavo tutto, anche la merce”. Sino al “fatidico”, come lo definisce lei commuovendosi, 18 maggio, il lunedì della riapertura. “Vedere quella coda di persone in attesa all’ingresso è stata un’emozione indescrivibile. La scena si è ripetuta per vari giorni. Penso che durante il lockdown l’uncinetto sia stato utile per molte donne, alcune hanno ritrovato in un angolo di casa un gomitolo di lana e si sono messe a sferruzzare per dimenticare la paura. Questa pratica è simile allo yoga perché il ticchettio dei ferri e il contare i punti crea un mantra in testa, una sorta di bolla che isola, dà la soddisfazione di fare qualcosa. E aumenta l’autostima. Ci sono studi che ne dimostrano i benefici sulla salute”.
Il mondo colorato di corso Matteotti 90 si è rimesso in moto, la vita è ripresa, “compresi, da un mese di là nel magazzino, i corsi di un’ora e mezza anche se, per rispettare il distanziamento, sono riservati a una o due persone al massimo”. Non proprio tutto è uguale a prima del coronavirus. “Spero torni presto anche il sabato pomeriggio dello ‘sferruzzo libero’: ci si metteva intorno al tavolo a lavorare, parlare, ascoltarci. Nell’attesa sono qua, per la nuova sfida della stagione autunno-inverno” (a proposito: la tendenza è per i colori zucca, ruggine, ocra, senape, ndr). Una sfida che sta affrontando come il suo solito: con il sorriso sulle labbra e negli occhi.

Monica Mangiarotti
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