“A Cremona ho trovato ciò che mi è bastato fino ad un certo punto…”

L'Intruso incontra Paolo Dal Molin, musicologo laureato a Cremona, ricercatore in giro per il mondo e ora docente di Musicologia a Cagliari. Che spesso torna in città..

Arrivato a Cremona da San Donà di Piave (Venezia), da Cremona è ripartito per andare a destra e manca attraverso la Francia (gli atenei di Metz, Rouen, Nizza), dove ha cominciato ad insegnare. E da lì è rientrato, grazie al Programma per giovani ricercatori “Rita Levi Montalcini” e a un concorso vinto, in Italia: dal 2011 è docente di Musicologia all’Università di Cagliari.

Paolo Dal Molin, 43 anni, laureatosi con 110 e lode alla Scuola di Paleografia e Filologia musicale di Cremona, studioso di Claude Debussy, Pierre Boulez e Luigi Nono, torna spesso in città. Lo ha fatto anche nei giorni scorsi per un convegno alla Camera di Commercio sul Turismo musicale.

Ha vissuto sotto il Torrazzo dal 1995 al 2000. “Per uno studente non abituato alla città quella di Cremona era una dimensione ideale, non mi sono mai sentito alieno, come avrei potuto sentirmi da catapultato all’improvviso in una metropoli. Ho invece il ricordo di un ambiente ‘caldo’, nonostante la nebbia e gli inverni più freddi di ora. Un posto dove non disperdevo le energie, potevo concentrarmi sullo studio talora monastico dell’università (che era comunità nella comunità), ma, al contempo, trascorrere le serate con gli amici a parlare di letture, ascolti, visioni e politica in osterie come il Fico e la Settima, vedere i film al Filo (il mio primo ciclo Pasolini, con ‘Salò’) o andare ai concerti del Festival Monteverdi. Mi muovevo a piedi o in bicicletta, anche se non c’erano ancora piste ciclabili. E camminavo, tanto, per raggiungere il Po”. In una parola, “a Cremona ho trovato ciò che mi è bastato fino ad un certo punto”. Questione costi compresa. “Pagare il terzo dell’affitto che si pagava in una grande città mi ha permesso di seguire uno spettacolo, vedere una mostra, comprare un disco in più”.

Non sono poche le cose cambiate da allora, anche in corso Garibaldi, nelle aule del Dipartimento di Musicologia e Beni culturali. “Ho notato miglioramenti strutturali importanti. La nuova biblioteca è un punto di riferimento per le sue collezioni e un piacevole luogo di studio, l’offerta formativa si è arricchita, la specializzazione dei colleghi è aumentata, il radicamento nel territorio del Dipartimento si è potenziato”.

Secondo l’ex studente, anche fuori da quelle mura si sono fatti passi avanti. “In alcune fasi, dopo aver viaggiato, ho potuto avere l’impressione di una città grigia non solo per le condizioni meteo, che dovesse ritrovare e riattivare un’identità, senza idee né guida. Invece da qualche anno il centro storico è più accogliente, passeggio volentieri per i suoi vicoli con soste obbligate alle librerie del Convegno e Ponchielli. Mi piace che molti negozi abbiano mantenuto le loro peculiarità. Il Distretto del Violino ha contribuito in modo decisivo a stimolare un orgoglio identitario. Nel mio ultimo soggiorno, un po’ ovunque mi recassi, mi sono imbattuto in qualcosa che richiamasse la grande tradizione liutaia, come accade in tutte le ‘capitali musicali’ europee. Il centro cittadino mi pare si stia riscoprendo intorno al trinomio tradizione, innovazione, integrazione”.

Il brillante musicologo non poteva non visitare nuovamente il Museo del Violino. “Un esperimento interattivo sicuramente interessante e didatticamente utile. Ma troppi schermi raffreddano l’emozione: nessuna riproduzione digitale potrà mai sostituire la contemplazione dell’originale manoscritto o a stampa, né la consultazione di un facsimile”.

Molto è stato fatto per migliorare la città di Stradivari ma molto ancora si può fare. “Non mi permetto di dare consigli”, si schermisce Dal Molin. Poi, però, si sbilancia. “Credo sia fondamentale perseguire in modo sistematico l’abitudine delle giovani generazioni all’esperienza delle musiche eseguite dal vivo e in particolare della musica d’arte. Questo significa differenziare maggiormente l’offerta proponendo non solo il canone o la musica antica. C’è bisogno di molto Novecento e di XXI secolo”. Con un’avvertenza: “Non però calandolo dall’alto: vivono in città studenti e studiosi che potrebbero andare nelle scuole e incidere, con la formazione, sui gusti del pubblico. Mi sembra che Cremona sia il luogo ideale perché ci sono strutture e competenze. E all’Auditorium, non solo repertorio e incroci postmoderni, ma anche musica di ricerca – ad esempio, per archi amplificati, per archi e elettronica – composta negli ultimi cinquant’anni e opportunamente presentata. Il trinomio, appunto: tradizione (gli archi), innovazione (amplificati/con l’elettronica) e integrazione (nuovo pubblico)”.

Paolo Dal Molin
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